26 Ottobre 2005

Nella food valley c`è chi pensa a una Kraft italiana

LO SCENARIO La fusione tra Parmalat, Barilla e Granarolo porterebbe alla costituzione di un gruppo da 10 miliardi di euro di fatturato. Ma l`ipotesi piace solo al ministro Scajola Nella food valley c`è chi pensa a una Kraft italiana In tre formerebbero una multinazionale da 10 miliardi. Una multinazionale dell`alimentazione. Una Kraft italiana o, meglio, emiliana, che controllerebbe tutta la filiera alimentare dalla terra alla tavola. Sulla carta almeno. Perché l`idea di mettere insieme Parmalat, Barilla e Granarolo, che da qualche tempo gira tra le carte del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola, non piace a nessuno. Non ai sindacati, non alle aziende interessate. Forse alle banche che controllano le tre aziende e che condurrebbero in porto l`operazione sperando in margini e utili futuri. “Nell`ambito degli auspici è una proposta interessante – ci dice Luciano Sita presidente di Granarolo – peccato che lo consideri poco probabile. Anzi, direi che è una idea molto velleitaria. Stiamo parlando di aziende molto diverse tra loro e pensare di metterle tutte assieme mi sembra più che azzardato“. “Quella prospettata è un`utopia“ ci spiega Antonio Mattioli della Flai Cgil. “Sono operazioni che creano solo disoccupazione senza portare benefici“. Ma da dove è partita l`idea? Ancora Sita: “Forse da Collecchio. Più probabile che sia stata partorita a Milano“. Dalle banche, insomma. “Mi sembra chiaro – dice Mattioli – che dietro ci sia la mano delle banche. Granarolo è legata a Banca Intesa, Barilla è nelle mani di Deutsche Bank, in Parmalat Capitalia è il maggior azionista con il 5,5%. Non c`è nessuna logica industriale dietro a questa proposta. Anche dal punto di vista finanziario ci sarebbe molto da dire. La situazione Granarolo e Barilla non è brillante e inquinerebbe Parmalat“. Anche la famiglia Barilla, che ha chiuso il 2004 con un giro di affari di 4,7 miliardi, si è mostrata contraria alla perdita di controllo del proprio gruppo. Eppure nonostante le smentite e i dinieghi la cosa sta andando avanti. “Adesso c`è questa fase – ha detto Scajola, riferendosi alla formazione del consiglio di amministrazione di Parmalat – cerchiamo di concluderla al meglio. Poi vediamo le altre“. Anche perché, all`indomani dell`annuncio della disponibilità di Enrico Bondi a restare alla guida di Parmalat, proseguono le manovre dei soci in vista dell`assemblea del 7 e 8 novembre, che nominerà il nuovo consiglio di amministrazione. Il mercato attende che vengano depositate le liste per il consiglio e che i soci escano allo scoperto in occasione dell`assemblea.Restano ancora da definire il numero e soprattutto la composizione delle cordate che si presenteranno all`appuntamento di novembre. Se da una parte il nome di Bondi dovrebbe comparire in una lista spalleggiata da Lehman Brothers, un gruppo di ex obbligazionisti e alcuni fondi esteri, dall`altra Banca Intesa potrebbe appoggiare un`eventuale lista targata Granarolo, di cui è socia con il 20%. Il gruppo bolognese, che non risulta ufficialmente nell`azionariato di Collecchio, ha sinora ripetuto di non aver deciso nulla su eventuali liste. In questo quadro, un ruolo chiave potrebbe giocarlo Capitalia, il maggior azionista Parmalat con il 5,5%, che però secondo fonti finanziarie non ha ancora preso alcuna decisione sul suo eventuale appoggio a una delle liste. Alla finestra anche Citigroup, socio con il 3,4%. Bondi, che ha chiesto un mandato forte e chiaro per rimanere, aspetta. Contro la sua riconferma ieri si sono mossi i consumatori. Secondo l`Intesa gli interventi di Bondi in favore dei risparmiatori coinvolti nel crac sono stati “inadeguati e insufficienti“. Se nei bond Argentina è stato restituito il 25% del capitale investito, per Parmalat molto meno (tra il 12 e il 18%). Troppo poco per riconfermare il manager.

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