3 Aprile 2013

Negò le cure dopo l’ aborto, condannata

Negò le cure dopo l’ aborto, condannata

Precaria nonostante il concorso vinto. La “coadiutrice amministrativa contabile” chiede la stabilizzazione. Nuovo round della causa, davanti al giudice del lavoro del tribunale di Pordenone Angelo Riccio Cobucci, di Stefania Causero, di Fontanafredda, impiegata all’ ufficio immigrazione. Così come altri 650 colleghi in tutta Italia – distribuiti tra questure e prefetture – chiede la stabilizzazione, dopo avere superato un concorso. Nell’ ultima udienza si è discusso sulla sede naturale di giudizio: Trieste o Pordenone? Il giudice ha stabilito che la sede è nel Friuli occidentale. Nella prossima udienza, poco prima dell’ estate, si entrerà nel merito del ricorso. L’ ultima proroga, per altri sei mesi, è stata decisa dal governo alla fine dello scorso anno con il maxiemendamento della legge di stabilità e quindi valida fino al 30 giugno, «per assicurare l’ operatività degli sportelli unici per l’ immigrazione delle prefetture e delle questure». Un medico che si dichiara obiettore di coscienza non può rifiutarsi di curare la paziente che si è sottoposta ad aborto volontario in ospedale. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha confermato la condanna ad un anno di carcere (pena sospesa), per omissione di atti d’ ufficio, con interdizione dall’ esercizio della professione medica per dodici mesi, a Paola Francesca Marzano, residente a Porto Cesareo, all’ epoca medico del reparto di ostetricia nell’ ospedale di San Vito al Tagliamento. Come medico di guardia la notte tra il 24 e il 25 maggio 2007, quando la paziente aveva abortito, si era rifiutata di visitare e assistere la donna, nonostante le richieste di intervento dell’ ostetrica che temeva un’ emorragia. Nemmeno dopo i successivi ordini di servizio impartiti telefonicamente dal primario Manfred Ganper e dal direttore sanitario l’ aveva visitata. Tanto che il primario era dovuto andare in ospedale per intervenire d’ urgenza. In base ad una interpretazione estensiva della legge (l’ articolo 9 della 194 sull’ aborto), il medico aveva opposto che l’ obiettore di coscienza è esonerato dall’ intervenire in tutto il procedimento di interruzione volontaria di gravidanza, compresa la fase di espulsione del feto, fino all’ espulsione della placenta. E questo l’ avvocato Angelo Pallara ha opposto nel ricorso contro la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’ appello di Trieste (che aveva confermato quella di primo grado, salvo escludere il Codacons dalla costituzione di parte civile). Nella sentenza depositata ieri, la sesta sezione penale della Cassazione spiega che la 194 «esclude che l’ obiezione possa riferirsi anche all’ assistenza antecedente e conseguente all’ intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare di determinare l’ aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare assistenza prima o dopo» in quanto deve «assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’ intervento di interruzione di gravidanza». Quindi il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’ intervenire durante l’ intero procedimento». In sostanza «il diritto dell’ obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute». Giudicando sul caso, la Corte ha ritenuto «pienamente integrato» il reato dal momento che l’ imputata ha «rifiutato un atto sanitario, peraltro richiesto con insistenza da personale infermieristico e medico, in una situazione di oggettivo rischio per la paziente». Dopo l’ apertura del procedimento penale, su segnalazione della direzione sanitaria dell’ ospedale, la professionista si era licenziata e si era trasferita in Puglia. La paziente, risarcita con 8 mila euro, non ebbe conseguenze di salute. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.

 

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