NATALE A BASSO CONSUMO
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fonte:
- Libero
(…) vuol dire che di apprezzabili virtù come la sobrietà e la morigeratezza si può anche morire. Proprio come sta avvenendo adesso. Il bollettino di crisi diffuso ieri riporta una riduzione delle spese per il cenone della vigilia e il pranzo di Natale pari al 18% rispetto al 2010 (dati Coldiretti), un calo del 30% nelle spese per abbigliamento e calzature, destinato a peggiorare nonostante i saldi invernali (stime Codacons), il dimezzamento netto (-51%) degli incassi ai botteghini dei cinema nel week-end natalizio. La necessità di farsi trovare pronti in vista del diluvio di tasse che verrà giù da gennaio spiega molto, ma non giustifica per intero un simile crollo dei consumi: nemmeno il governo Monti è riuscito (sinora) a ridurre di tanto il reddito a disposizione degli italiani. Un peso decisivo lo hanno le crescenti aspettative di povertà, ovvero la razionalissima previsione che il peggio non ci sia stato ancora presentato, in termini sia di tasse che di congiuntura economica (la fiducia dei consumatori a dicembre ha raggiunto il punto più basso dal 1996, ovvero da quando l’ Istat usa l’ attuale criterio di misurazione) e il risorgere di una certa etica pauperista, che di razionale non ha nulla e dipinge la rinuncia al «vizio» del consumo come il lodevole tratto distintivo della nuova e sobria Italia targata Monti. Invece il risultato di questi fattori, tutti in un modo o nell’ altro riconducibili al governo dei professori, dovrebbe essere l’ incubo di ogni economista: una virtù, il risparmio, è stata spinta al punto da diventare una dannazione. Siamo al circolo vizioso per cui io non spendo perché so che domani sarà peggio di oggi, e così facendo impoverisco anche te, che a tua volta reagirai bloccando i tuoi consumi e rendendo il mio domani ancora più gramo di quanto potessi prevedere. È la povertà che si diffonde come un contagio, riassunta da Keynes nel suo aforisma. Una spirale negativa che deve molto alla manovra lacrime e sangue varata dal governo, ma da cui non si esce né con la «fase 2» alla quale – senza eccessiva fretta – stanno lavorando i ministri, né con qualunque altro intervento per la crescita. Simili provvedimenti, nel migliore dei casi, riusciranno a ridare all’ Italia un po’ di quella competitività che aveva perso nel momento in cui rinunciò alla lira e alla comodità delle svalutazioni per adottare l’ euro. La «exit strategy» dall’ avvitamento che ci rende tutti più poveri è però una di quelle cose che non possono essere imposte per decreto: ha a che vedere con la testa degli italiani e si chiama ritorno alla fiducia. E con essa alla voglia di scambiare denaro contro beni e servizi. Il rebus è se questo interruttore possa scattare con il governo attuale. Senza aver mai letto né Keynes né Milton Friedman, ma usando solo il suo istinto da animale d’ impresa, Silvio Berlusconi aveva capito benissimo dove stava il problema. Proprio per questo predicava, talvolta esagerando e contro ogni evidenza, di non ridurre il tenore di vita. Un anno fa, di questi tempi, al termine di un incontro bilaterale con Angela Merkel, sostenne che «è una responsabilità dei governi dare una prospettiva positiva dell’ economia, sostenere i consumi e cercare di infondere fiducia e ottimismo». Ovviamente ogni volta che diceva simili cose finiva sommerso di critiche, accusato dai rivali di proporre tesi irresponsabili, contrarie ai bisogni reali della gente. Dodici mesi dopo ci troviamo al polo opposto, in piena autoflagellazione. Dal miliardario che rideva anche quando noialtri comuni mortali non ne vedevamo il motivo siamo passati ai ministri che piangono in diretta mentre annunciano i provvedimenti appena approvati. Messi dinanzi a messaggi tanto scoraggianti è difficile che gli italiani possano ricominciare ad avere fiducia nel domani. Eppure la scommessa è tutta qui.
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