25 Gennaio 2013

Muri, alberi e cassonetti «elettorali» Attacchini con l’ imbarazzo della scelta

Muri, alberi e cassonetti «elettorali» Attacchini con l’ imbarazzo della scelta

 

 

Daniele Di Mario d.dimario@iltempo.it C’ è l’«Io siamo noi» di Eugenio Patanè, candidato in consiglio regionale per il Pd; così come c’ è la «forza dell’ identità» di Pietro Di Paolo, assessore regionale uomo forte del sindaco Gianni Alemanno e candidato anche lui alla Pisana. La battaglia elettorale, a colpi di slogan, è iniziata e durerà ben oltre le elezioni politiche e regionali; andrà avanti fino al 9-10 giugno, quando si svolgerà il prevedibile ballottaggio per eleggere il sindaco di Roma. Una battaglia all’ ultima preferenza che si gioca soprattutto a colpi di manifesti elettorali. Molti regolari (i «6×3» sono praticamente esauriti e il Campidoglio ha già provveduto a installare 14mila plance metalliche), moltissimi invece sono abusivi. Se ne trovano praticamente dappertutto. Roma è stata letteralmente presa d’ assalto, tanto che il Codacons ha diffidato il Comune affinché li rimuova. Da via Nomentana a via dei Prati Fiscali, da largo Pugliese a via Capuana fino a viale Regina Margherita e via dei Campi Flegrei è un fiorire di «faccioni» rigorosamente bipartisan. Non vengono risparmiati né muri né cassonetti. Ci sono politici navigati come lo stesso Di Paolo, ma anche neofiti alla prima candidatura. Il manifesto di Scardaone, ex sindacalista Uil impegnato con i Socialisti a sostegno di Zingaretti, è presentissimo. Prenderà tanti voti quanti sono i manifesti? Difficile dirlo, perché nell’ urna può succedere di tutto, e spesso chi tappezza la città con la propria faccia non viene premiato dagli elettori. Perché per essere eletti serve il voto di struttura, del partito e della propria componente. Di tanti consiglieri comunali e municipali che si mettono insieme per «portarti». Però chi spende per i manifesti, di solito ha di che investire anche in cene elettorali: insomma, il «faccione» muove poco in termini di consenso, ma è un bel biglietto da visita che garantisce visibilità, uno status quando si vanno a concludere gli accordi elettorali. Così è guerra all’ ultimo attacchino, con i candidati che si sovrappongono l’ uno sull’ altro in un’ orgia del manifesto. Nel vero senso della parola. Candidati consiglieri del Pd che coprono colleghi di partito; manifesti con i simboli di partito che soverchiano nottetempo quelli delle altre formazioni politiche. Ma chi sono i politici più visibili, considerando anche i manifesti legali? Nel Pdl Di Paolo e Luca Gramazio, capogruppo in Assemblea Capitolina con Adriano Palozzi e Pino Cangemi («La politica seria c’ è») in rimonta. Nel Pd, il capolista Jean Leonard Touadì recupera su Patanè e Mario Ciarla, mentre la presidente del XVII Municipio Antonella De Giusti, candidata nella civica di Zingaretti, ha sconfinato Prati attaccando se stessa in tutta la città. Nell’ Udc il primato assoluto era detenuto fino a poco tempo fa da Alessandro Onorato, candidato blindato alla Camera. Una leadrship ora strappata da Luciano Ciocchetti («Basta!», recita lo slogan) e Pietro Sbardella, che al «politico» preferisce il «cittadino» e all’«onorevole il noi». Si è un po’ spenta l’ offensiva di Francesco Carducci, meno presente sui cartelloni nell’ ultima settimana. Tra i candidati governatore, Giulia Bongiorno è ancora poco visibile. In compenso mezza Roma «immagina» insieme a Nicola Zingaretti tante cose belle per la Regione sperando che vengano realizzate; Francesco Storace parte invece all’ attacco: «Ora credici». E tra i partiti? C’ è Bersani con l’«Italia giusta» del Pd e Fratelli d’ Italia: photoshop o meno, Giorgia Meloni è venuta proprio bene.

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox