21 Maggio 2004

Mose, in onda al Tar un colpo di scena

Mose, in onda al Tar un colpo di scena

Il Consorzio “apre“ sulla Via



Tra colpi in punta di fioretto e vere sciabolate, gli avvocati delle associazioni ambientaliste e della Provincia e quelli del Consorzio Venezia Nuova, dello Stato, della Regione, delle categorie economiche, si sono misurati ieri al Tar nell`udienza per l`esame dei ricorsi contro il Mose. Entro 7 giorni la sentenza.
C`è stato anche il colpo di scena finale quando l`avvocato del Consorzio, Alfredo Biagini, ha aperto uno scenario nuovo ammettendo che il progetto del Mose è cambiato ma ricordando una legge sui concessionari che indica come in tal caso i progetti esecutivi vadano inviati al ministero dell`Ambiente che può decidere se sottoporli o meno a Valutazione di impatto ambientale. Cadrebbe così l`accusa principale che il Mose ne sia privo, e ciò ha provocato la reazione delle associazioni ambientaliste. «Così si sanano a posteriori e proforma – hanno polemizzato – tutte le gravi irregolarità, lasciando la decisione alla discrezionalità del ministero dell`Ambiente».Chiara la linea dei ricorrenti: i diversi interventi alle bocche non vanno considerati separati e la normativa chiede una valutazione d`insieme. L“`apripista“ è stato l`avvocato Eugenio Picozza, ordinario di Diritto amministrativo e comunitario all`Università Tor Vergata di Roma, patrocinatore della Provincia con l`avvocato Adelchi Cinaglia. «Un giudizio tecnico non è sostituibile da un giudizio politico del consiglio dei ministri» ha sostenuto riferendosi alla mancanza di Valutazione di impatto ambientale sul progetto del Mose, “sanata“ dal Governo Amato in presenza di un conflitto tra ministero dell`Ambiente e ministero dei Lavori pubblici. Picozza ha chiesto il “rinvio pregiudiziale“ dell`intera partita alla Corte europea.Altrettanto chiara la linea della difesa. «Qui non c`è un`opera pubblica unica – ha sostenuto Alfredo Bianchini -, ma i procedimenti sono mille e non coordinati cronologicamente: capiamo allora che le opere complementari seguono un procedimento diverso come la Via regionale perché rispondono a esigenze e funzioni diverse». E poi, è stato aggiunto, Italia Nostra e il Wwf, ma anche il Comune e la Provincia, non sono legittimati al ricorso, perché portatori di interessi in conflitto con quello generale di difesa di Venezia dalle acque alte. «La legge speciale madre e le successive – ha argomentato l`avvocato dello Stato, Raffaello Martelli – chiedono di rendere Venezia immune dalle acque alte e individuano come strumento primario le opere di regolazione delle maree: come si possono legittimare coloro che si basano su interessi diversi da quelli indicati dalla legge»? «E tutte le valutazioni – ha sottolineato per il Consorzio l`avvocato Angelo Clarizia – escludono la pericolosità dell`opera per l`ambiente, il problema riguarda interessi privati delle associazioni, non quello collettivo».

«L`interesse della difesa della legalità fa parte degli interessi a ricorrere», ha replicato Picozza, ribadendo che il percorso che ha legittimato il Mose è stato costellato di forzature, che gli avvocati ricorrenti hanno enumerato. «Si vuole accreditare il sillogismo che il Mose è la salvezza di Venezia – ha sostenuto Francesco Acerboni per Wwf e Italia Nostra – ma la legge impone anche la salvaguardia della laguna, che dal Mose sarà devastata». Gli avvocati Matteo Ceruti, Giuseppe Duca, Ezio Conte (Codacons) hanno poi sostenuto che la Via sulla conca di navigazione a Malamocco doveva essere di competenza statale e non regionale, in quanto progetto sostitutivo di altro già assoggettato a Via, che la valutazione sull`adeguato avanzamento sugli interventi diffusi andava fatto sulle opere realizzate e non sul piano dei finanziamenti, che il Mose ha effetti sulla navigazione e dunque le opere complementari devono essere assogettate a Via nazionale, che manca l`obbligatoria valutazione costi/benefici. Tutte argomentazioni respinte dalla difesa.

E il Comune? L`avvocato civico, Giulio Gidoni, ha fatto solo un`imbarazzatissima comparsata limitandosi a rispondere a una domanda del presidente del collegio giudicante, Stefano Baccarini, sulla volontà dell`amministrazione di tenere in piedi il ricorso, vista la firma del sindaco, Paolo Costa, sulla delibera del Comitatone che ha dato il via libera alla progettazione esecutiva. «Non ho avuto indicazioni diverse», ha risposto Gidoni, ed è parso uno di quei soldati in Irak che anche sotto il fuoco del nemico non possono usare tutte le armi a loro disposizione perché le “regole di ingaggio“ non glielo consentono. Al fronte, ma con le mani legate.



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