7 Luglio 2010

Morti d’ amianto, un teste dichiara: “Misure di sicurezza inesistenti”

MONFALCONE.
Con l’ esame e controesame di sei dei sette testimoni citati per l’ udienza di ieri dalla pubblica accusa (il settimo, Lucio Deotto, affetto da patologia legata all’ osbestosi, è deceduto nel frattempo) è proseguito il maxi-processo per morti da amianto che vede 41 soggetti imputati tra amministratori e dirigenti dell’ allora Italcantieri (oggi Fincantieri) nonché responsabili di ditte che operavano in subappalto nello stabilimento monfalconese.
Per tutti l’ accusa è di omicidio colpo in relazione al decesso per malattie riconducibili all’ esposizione all’ amianto di 85 dipendenti.
Particolarmente incisiva la deposizione resa davanti al giudice monocratico Matteo Trotta da Renzo Tripodi, meccanico all’ Italcantieri sino agli anni Ottanta.
Rispondendo alla raffica di domande del pm Leghissa, dei rappresentanti di Pc (Regione, Inail, Fiom, Associazione dei familiari degli esposti all’ amianto, Provincia, Codacons oltre ai parenti delle vittime) e dei difensori, Tripodi ha ricostruito i ruoli degli operai a bordo nave, tenuto conto delle varie mansioni, soffermandosi sullo stato ambientale, sotto il profilo della salubrità, in cui operavano.
Parlando, poi, delle misure di sicurezza, il teste non ha esitato a sottolinearne la carenza, se non addirittura l’ inesistenza.
«Le mascherine, a esempio – ha detto Tripodi –, erano fornite solo ad alcuni operai.
D’ altronde l’ azienda non ne imponeva l’ uso.
Io so – ha concluso – quello che vedevo».
Prossime udienze già fissate per il 12 e il 20 luglio.

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