16 Aprile 2020

“Morte 22 donne, infetti 80 operatori Ma dal Pirellone nessuna risposta”

È un paese nel paese. Ma i morti sono di più dietro le mura di questa struttura – un antico castello, chiamato oggi “Cittadella della carità” – rispetto a quanti registrati nell’ intera comunità. Siamo a Pontevico, nella Bassa Bresciana. Settemila abitanti, 90 contagi e 17 morti Covid certificati: proprio qui, in questa piccola cittadina si era registrato il primissimo caso di coronavirus dell’ intera provincia di Brescia. Da allora a oggi, all’ interno dell’ Istituto Cremonesini per disabili psichiche, sono decedute 22 delle oltre 300 ospiti. Sono tutte donne: ragazze giovani così come 80enni, tutte affette da problemi psichici. Alcune arrivano dall’ ex ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, tante altre anche dalle province vicine. Ma non solo disabili psichiche: l’ Istituto ospita anche le donne affette da Alzheimer, specie nella parte della struttura diventata Residenza sanitaria assistita. “Il nostro indice di mortalità nel periodo critico dell’ emergenza, circa il 6%, ha riguardato soprattutto le pazienti anziane e con patologie associate, sostanzialmente ospiti della nostra Rsa” spiegato dall’ Istituto. Parliamo di donne che sono state abbandonate al loro destino, senza che nessuno sia potuto intervenire in tempo. “I tamponi per le pazienti sono mancati perché la Regione Lombardia ha ritenuto di limitarne l’ impiego” spiega monsignor Federico Pellegrini, presidente dell’ Istituto Cremonesini. “In due occasioni, il 13 e 24 marzo, abbiamo richiesto a mezzo mail l’ effettuazione di tamponi nasofaringei, proprio dopo il primo caso riscontrato a seguito del ricovero in ospedale. Non abbiamo mai ottenuto risposta”. La Regione si sarebbe trincerata dietro il silenzio, mentre le donne morivano e il personale continuava a infettarsi. A metà marzo infatti lo stesso sacerdote presidente dell’ istituto bresciano aveva denunciato la situazione d’ emergenza, raccontando che il 75% del personale era a casa in malattia con i sintomi covid. Un numero enorme che aveva spinto la direzione a cercare infermieri all’ esterno perchè “giunti al limite della possibilità di garantire un servizio adeguato alle nostre ospiti”, come scriveva il 18 marzo monsignor Pellegrini. Il silenzio assordante della Regione era stato rotto da una mail di Ats che, richiamando “la nota della Direzione generale Welfare Regione Lombardia del 10.03.2020 in merito all’ emergenza Covid-19”, ricordava che i tamponi potevano essere fatti solo agli operatori sanitari. E così il numero dei contagi tra le donne disabili sono continuati ad aumentare: “Non è stato possibile ricostruire la catena dei contagi”, spiegano dalla Onlus bresciana. Secondo quanto riferiscono alcuni dipendenti, il piano pandemico messo a punto in occasione della Sars 1 non sarebbe stato rispettato. “Dovevano essere isolati due reparti, ma non è stato fatto”, racconta un infermiere. I vertici dell’ Istituto Cremonesini si difendono: “L’ elevato numero di febbri riscontrate all’ inizio, unito all’ impossibilità di individuare i casi positivi per la più volte ribadita impossibilità di effettuare i tamponi sulle ospiti, avrebbe portato ad un’ attività assolutamente disfunzionale, portandoci al rischio di tenere insieme pazienti positivi e negativi”. E poi – è la linea di difesa – “l’ Istituto ha pochissime camere singole, quindi avremmo dovuto isolare le pazienti per ‘corti’, sottoponendo il personale ad uno sforzo dannoso e disfunzionale”. La Procura di Brescia non ha ancora aperto un’ inchiesta sul caso Pontevico, ma il Codacons ha annunciato un esposto: “I numeri strazianti dell’ Istituto pongono in luce una probabile nuova carenza di diligenza che ha portato al disastro”.
urbano croce

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