13 Maggio 2003

Mobbing, condannata la Cattolica: dovrà risarcire un ricercatore

Mobbing, condannata la Cattolica: dovrà risarcire un ricercatore

Per il Tribunale l?uomo era stato escluso dalle attività perché aveva accusato il suo primario di «gravi errori diagnostici»


Aveva accusato il suo primario di gravi errori diagnostici, di scambiare per benigni tumori maligni e viceversa. E per ritorsione è stato per anni escluso dalle attività di ricerca. Ma ora il giudice del Tribunale Rocco Misiti gli ha dato ragione, condannando la Cattolica a risarcirlo per mobbing. La vicenda riguarda l?oncologo romano Giulio Bigotti, cui l?Università dovrà versare 212 mila euro, 270 mila con gli interessi. Il magistrato ha poi dato torto anche su un altro punto alla Cattolica, che aveva citato per diffamazione l?associazione dei consumatori Codacons, ?colpevole“, secondo l?Università, di avere descritto «la struttura come incapace di prestare ai ricoverati le cure necessarie», oltre che «sorda alle critiche costruttive avanzate nei confronti dei suoi medici e decisa a difenderli fino a pregiudicare gli interessi dei malati».
Se all?ateneo nessuno vuole commentare la vicenda, parla invece Bigotti. Laureatosi a 23 anni, la specializzazione alla Columbia University di New York, nel 1988 aveva vinto un posto da ricercatore all?istituto di anatomia patologica della Cattolica. Ma per oltre 10 anni gli è stato appunto impedito di lavorare e da allora sta combattendo la sua battaglia legale, sia civile che penale. «Questa storia – si sfoga – mi ha stroncato la carriera. Nel ?91, quando mi accorsi delle diagnosi di tumori sbagliate fatte dal mio primario, Arnaldo Capelli, cercai di convincere prima i suoi assistenti e poi lui a rivederle. Il risultato fu che il Senato accademico e il consiglio di amministrazione dell?Università mi sospesero una prima volta per sei mesi e una seconda per un anno e mezzo. Io ero allibito, volevo solo salvare delle vite e mi trovavo accusato di comportamenti scorretti. E, anche se il Tar e il Consiglio di Stato mi hanno dato ragione, fino a un paio di anni fa, quando è arrivato un nuovo primario, mi era consentito di fare solo autopsie».
Ma Bigotti non è uno sprovveduto. Appena capito che Capelli voleva la linea dura, si era tutelato: «Il primario mi aveva detto che mi serviva uno psichiatra, che gli avevo fatto prendere un infarto. Quando ho realizzato che avrebbe negato di aver fatto diagnosi sbagliate, sono andato con i vetrini istologici in questione dal migliore anatomopatologo del mondo, al Memorial di New York, uno dei maggiori ospedali in cui si cura il cancro. Lui confermò le mie ipotesi». Così sono partite le denunce penali, che inizialmente, giura Bigotti, lui non avrebbe voluto presentare. Denunce che fanno scattare una serie di processi. E che portano, come conferma Alfredo Gaito, avvocato di Capelli, a una prima condanna del primario per l?omicidio colposo di una bambina di 9 anni, cui non aveva diagnosticato un tumore alla vescica. Una condanna che poi verrà annullata dalla Cassazione in quanto negli anni il reato si era prescritto, ma confermata per quanto riguarda il risarcimento del danno dovuto alla famiglia della piccola. Non basta. Capelli è stato condannato a 20 mesi di carcere per abuso d?ufficio nei confronti di Bigotti, in un processo che orà andrà in appello. E Bigotti commenta ancora, amaro: «Non sarò mai davvero ripagato per la distruzione della mia carriera, per giunta negli anni più importanti. Ora lavoro, è vero. Ma ho 42 anni e per oltre 10 quel primario mi ha impedito di fare ricerca. Potevo solo fare autopsie e leggere qualche vetrino. E alle 10.30, quando la sala settoria chiudeva, non potevo entrare in nessun laboratorio o reparto dell?ospedale e non mi restava che uscire sui prati della Cattolica».

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this