6 Luglio 2007

MILANO: PENSIONATO COSTRETTO A RESTITUIRE 14.803 EURO ALL’AMSA

MILANO: PENSIONATO COSTRETTO A RESTITUIRE 14.803 EURO ALL’AMSA

AMSA SBAGLIA IL CALCOLO DELLA PENSIONE, MA A RIMETTERCI E’ IL PENSIONATO

PER IL GIUDICE DI PRIMO GRADO LA COLPA E’ DEL PENSIONATO: IL CODACONS RICORRERA’ IN APPELLO

 

Incredibile la vicenda del sig. Armando Mancini, residente a Milano e lavoratore dipendente dell’AMSA (Azienda Milanese Servizi Ambientali) dal 1974 al 1994, data in cui decideva di collocarsi in pensione.
E qui sorge il problema. Secondo l’Ufficio Costi e Previdenza dell’AMSA, cumulando i diversi versamenti previdenziali effettuati durante la vita lavorativa, avrebbe raggiunto un’anzianità contributiva di 37 anni, con conseguente diritto ad un adeguato trattamento pensionistico. Una pensione sufficiente per avere una vecchiaia serena e una vita dignitosa. Decide così di rassegnare le dimissioni.
Nel 2000, ossia 6 anni dopo, riceve una comunicazione dall’INPDAP, l’ente previdenziale di categoria, secondo la quale aveva maturato una anzianità contributiva di soli 33 anni anziché 37, pertanto avrebbe dovuto non solo restituire la somma percepita in eccesso dal 1 settembre 1994, corrispondente ad euro 14.803, ma anche subire, in via definitiva, una riduzione del proprio trattamento di quiescenza che sarebbe passato da 12.239,05 euro all’anno a 10.923,42, con una differenza in meno di € 1.315,63. L’Amsa, effettivamente, si era sbagliata a calcolare l’entità dei contributi versati come coltivatore diretto prima dell’inizio del rapporto di lavoro con l’Amsa stessa e poi ricongiunti.
Evidente la responsabilità dell’Amsa che nell’esecuzione della propria prestazione contrattuale ha sviato il proprio dipendente, pregiudicandone irrimediabilmente le scelte pensionistiche. E’ chiaro, infatti, che se il Sig. Mancini avesse conosciuto la realtà dei fatti non avrebbe mai rassegnato le proprie dimissioni e avrebbe continuato a lavorare sino alla maturazione dei requisiti pensionistici necessari. Ma l’Amsa, dopo aver anticipato i soldi all’Inpdap, li chiede al pensionato.
Il Codacons difende il sig. Mancini citando in giudizio l’Amsa. Ma per il giudice del lavoro Paola Tanara del Tribunale di Milano, pur riconoscendo che "non sia contestato che effettivamente fu l’ufficio preposto dell’Amsa a fornire indicazioni errate al lavoratore, ciò non significa che vi sia una responsabilità dell’Amsa tale da porre a suo carico un obbligo di risarcimento dei danni". La responsabilità, infatti, "è da escludersi non ravvisandosi alcuna attività illecita, bensì un mero errore". Già, peccato che quel mero errore fa la differenza tra passare una vecchiaia serena o una piena di preoccupazioni dopo una vita di lavoro.
Per il giudice, inoltre, l’attività svolta dall’Amsa era "a titolo di mero favore e pertanto non costituente di alcun obbligo giuridico. Ciò non esclude in radice una possibile responsabilità contrattuale, ma altresì imponeva al lavoratore di usare l’ordinaria diligenza nel verificare presso gli enti preposti, ad esempio il Patronato, ovvero presso altri soggetti la correttezza dei calcoli predisposti dall’Amsa". Insomma, per il giudice la colpa è del pensionato che così è condannato a pagare in favore di Amsa 14.803 euro, ossia quanto anticipato dalla società all’Inpdap.
"Siamo all’assurdo. Nella sentenza si ammette che al lavoratore sono state fornite indicazioni errate, che tale informazioni sono state fornite dall’ufficio preposto dell’Amsa, ma poi si esclude in radice qualsivoglia responsabilità dell’Amsa per i danni occorsi al Sig. Mancini, che anzi viene pure condannato alla restituzione di una ingente somma" dichiara il presidente del Codacons, avv. Marco Maria Donzelli. "Per non parlare dell’assurdo distinguo tra mero errore e fatto illecito, ossia fatto colposo". Il Codacons presenterà ricorso in appello, ma intanto il pensionato è stato costretto a versare 14.803 euro.
 

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