20 Ottobre 2021

“MICHELA MURGIA AMMAZZA CON IL BUROCRATICHESE DI SINISTRA ANCHE LA LEGGEREZZA DI CHIARA FERRAGNI”

La notizia non è che Vogue abbia scoperto – diciamo con una decina d’anni di ritardo – Chiara Ferragni, mettendola in copertina. La vera zampata da giornalista della nuova direttrice del blasonato magazine Conde Nast, Francesca Ragazzi, è avere affidato il pezzo a Michela Murgia. Una si esprime con le immagini, l’altra con le parole; una è bionda e slanciata, l’altra è bassina e scura scura; una parla l’esotico inglese nasale di Los Angeles, l’altra il meraviglioso idioma sardo, che non possiamo fare a meno di sentire risuonare nella nostra testa quando leggiamo i suoi articoli, che ci seducono con la grana della voce anche se non sono podcast.

In modi diversi sono due giovani donne famose e, come scriveva Walter Benjamin, “in chiunque sia coronato da successo abita un genio”. Perciò non abbiamo resistito e abbiamo acquistato la rivista, immergendoci nella lettura di “Chiara privata”, testo di Michela Murgia, styling di Poppy Kain, foto di Scandebergs.

In che modo devo affrontare questo fenomeno?, deve essersi chiesta la Murgia quando ha squillato il telefono e le hanno commissionato il ritratto di Chiara. Moravia aveva un sacco di domande da fare a Claudia Cardinale, nel 1962, quando la intervistò sul set, guardando la diva come un oggetto, isolandone il corpo e trasformandolo poi in apparizione che illumina il giorno e svanisce di notte.

La Murgia sceglie l’empatia: aderisce ideologicamente a una vita che non potrebbe essere più diversa dalla sua, come se la conoscesse nel profondo o come se, piuttosto, di quella vita in vetrina, non ci fosse nulla che valga la pena approfondire.

Con molta umiltà “prende appunti” perché, dice, “nessuno conosce le piattaforme social meglio di Chiara Ferragni”, costretta a citare Forbes come fonte attendibile quando dice che la Ferragni è “l’influencer di moda più importante del mondo” e gli “infiniti outfit” che condivide sulle piattaforme. Ne prende le difese, con gesto paternalistico poco adatto alla sorellanza: “Per anni centinaia di persone si sono impegnate a denigrarla, la blogger che parlava di moda, l’influencer che non si capiva che mestiere facesse, l’ennesima biondina belloccia che nell’arco di sei mesi sarebbe stata dimenticata”. Iniziando questa nuova collaborazione con una rivista così sofisticata la Murgia si dà una riverniciata di coolness: si capisce, tra le righe, che per lei la Ferragni è un’aliena, però la invidia, “è più ascoltata di un tg in prima serata” (l’universo domestico condiziona la Murgia facendo capolino da un televisore in salotto), e più letta, addirittura, “di tutti i giornali messi insieme”.

“Spaventati da quell’impatto c’è chi”, dice Michela, “parla di abuso di posizione dominante e chiede di regolamentarla come se fosse una testata”. Qui la vera Murgia si scopre, facendo finta, con quel “c’è chi” di non essere lei a spaventarsi “dell’impatto” e a ipotizzare la regolamentazione della Ferragni, ma il lettore si accorge subito che secondo lei una certa disciplina sarebbe sacrosanta e la butta là giusto per mettere una pulce nell’orecchio al Codacons.

Chiara compare nei virgolettati di questo lungo articolo come la persona incantevole che deve essere, nonostante certe cadute di gusto sui politici che non le si addicono, ma che sono sicuramente un incidente di percorso da dimenticare. Una ragazza che non si è fatta scoraggiare nell’inventarsi un lavoro nuovo, nato, come spesso accade alle imprese fortunate, da una passione. Ma subito la Murgia: “E’ con questa orizzontalità apparente che Ferragni – omettendo il “la”, come da istruzioni per l’uso femminista della lingua – ha fatto invecchiare i media tradizionali, un tempo amministratori unici di un racconto pubblico… ecc. ecc.”.

Tagliamo questa frase da scrittrice-notaio: si può dire che è lei che fa invecchiare la Ferragni? Lei “amministratrice unica di un racconto pubblico” che ammazza con il burocratichese di sinistra anche la leggerezza e l’intelligenza di una ragazza giovane, sveglia, forse frivola ma certamente svincolata dal vecchiume ideologico che incrosta il pensiero della Murgia? In questo articolo la racconta come se fosse una sconosciuta, la Ferragni, di cui soprattutto le lettrici di Vogue conoscono anche il più minuscolo risvolto di vita, rivelando che l’unica forse a non sapere nulla di questa celebrità social era semmai proprio lei.

Finalmente la scrittrice fa una domanda all’influencer: “Chi sarebbe Chiara Ferragni se domani Mark Zuckerberg cancellasse il suo profilo Instagram?”. Una domanda che fa intravedere un mondo. Un mondo così lontano dagli studi televisivi della 7 e dall’ultima pagina del vetero-Espresso, dove la Murgia si esprime sempre con la schwa (o “Scevà”), ma non qui, non qui su Vogue dove la liberazione di genere si è evidentemente già compiuta; un mondo che se cancellasse la Murgia, Zuckerberg non se ne accorgerebbe nemmeno.

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