14 Dicembre 2017

Mezzo milione di lavoratori domenicali ma affari a rilento per gli stacanovisti

Per Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, è «una questione di buonsenso. Sono legittime le critiche a chi vuole imporre l’ apertura di 52 domeniche all’ anno. Ma parallelamente politici e sindacati dovrebbe capire che per stare in piedi bisogna ragionare fuori dagli schemi e che la domenica si presta perfettamente all’ erogazione di servizi alle famiglie». In Italia i lavoratori interessati ogni domenica dall’ apertura di negozi e supermercati sono all’ incirca mezzo milione. Ma la metà degli Iper e due terzi dei store si guardano bene dall’ aprire. Il settimo giorno della settimana è diventato, in alcuni casi, anche il primo per volumi di vendite, ma i bilanci delle multinazionali del settore non hanno registrato grandi miglioramenti dalla liberalizzazione degli orari. Come dimostra il fatto che tutte le grandi catene chiudono punti vendita (come le Coop) o annunciano esuberi (come Carrefour o Auchan). È molto difficile, se non impossibile, calcolare quanto valgono per il commercio le domeniche e i festivi. Soprattutto non è facile dare una media univoca per tutto il territorio nazionale. A maggiore ragione in una fase storica, quella della grandi crisi, che secondo il Codacons ha visto crollare i consumi delle famiglie di 80 miliardi di euro. Qualche anno fa la Camera di Commercio di Monza calcolò che alzare le serrande il primo maggio avrebbe portato 30 milioni di euro d’ incassi in più ai negozi di Milano e della stessa Monza, mentre gli extraguadagni per Firenze – città dove è facile ipotizzare in quella giornata una presenza maggiore di turisti e residenti rispetto ai due centri lombardi – non andrebbero oltre i 2,5 milioni. Confcommercio ha stimato che i regali di Natale valgano in media circa 30 milioni di euro, il 40 per cento in più rispetto alle vendite normali, i saldi dopo la Befana sfiorano gli 11 miliardi, quelli estivi non arrivano a tre. «Ma il grosso degli acquisti viene comunque fatto nel weekend e infondo – spiegano da piazza Belli – i volumi non sarebbero tanto diversi se si concentrassero soltanto al sabato». Racconta al riguardo l’ amministratore delegato di una multinazionale della moda con oltre una cinquantina di store in tutt’ Italia: «La domenica, da noi, le vendite aumentano in media del 20 per cento. Ma non facciamo testo, perché i nostri centri commerciali sono fuori città e sarebbe difficile raggiungerci con il traffico delle giornate feriali. Rispetto a noi, la domenica incide meno nei supermercati, grandi e piccoli, e per nulla per i negozi di prossimità. Ai quali – paradossalmente – è più strategico tenere aperto durante la pausa pranzo. Senza contare che il gioco conviene soltanto nelle grandi città e nei centri turistici. Se volessimo fare una media generale, mettendo assieme le diverse esigenze ed esperienze, parlerei di un 5 per cento in più di ricavi». Cioè, partendo dalle spese medie delle famiglie per food e no food (circa 2.500 euro), poco più di tre miliardi. Stefano Crippa, capo dell’ ufficio studi di Federdistribuzione, ammette che «la domenica è diventata la seconda giornata dopo il sabato per volumi venduti, ma da un nostro monitoraggio abbiamo scoperto che soltanto un terzo dei nostri associati è aperto tutta la settimana. Perché? Semplicemente perché non a tutti conviene». Aggiunge al riguardo Fabrizio Russo, segretario nazionale della Filcams-Cgil e responsabile del settore Terziario: «Numeri precisi su questo versante le nostre controparti non ce li hanno mai voluti o saputi dare, ma guardando ai dati di bilancio che le aziende ci presentano in tutte le vertenze aperte (soltanto Auchan ha annunciato un migliaio di licenziamenti e Carrefour oltre 600), ci siamo accorti che i loro conti sono in netto peggioramento. E indipendentemente dalle possibilità garantite dalla liberalizzazione. Perché i consumi, con una giornata in più, si spalmano diversamente nell’ arco della settimana, ma non aumentano di molto. Non a caso, qualche mese fa, dai vertici di una catena straniera che hanno sperimentato anche l’ orario H24 mi è stato spiegato che queste scelte seguono logiche di fidealizzazione, per dire al proprio cliente noi a differenza degli altri ci siamo sempre, che commerciali». Che la questione non sia solo economica, ma strategico/politica, lo fa intendere anche Enrico Postacchini, il quale è sorpreso dal clamore sull’ argomento. «Perché qui – spiega il delegato nazionale di Confcommercio alle politiche commerciali – non stiamo discutendo di tornare indietro rispetto all’ apertura domenicale o alla liberalizzazione degli orari: la proposta di legge che si è arenata in Senato e che appoggiamo noi come la Cgil o la Cei e alla quale fa riferimento Luigi Di Maio, dice soltanto che sui dodici festivi all’ anno, gli esercenti devono restare chiusi sei. È il minimo sindacale dopo la liberalizzazione selvaggia degli anni scorso». Per Postacchini questa battaglia è soltanto un primo passo. «Vorremmo degli incentivi per chi continua la sua attività dove la grande distribuzione non va, perché non si guadagna. In Inghilterra è permesso ai piccoli esercenti, non ai grandi di essere aperti 24 ore su 24. Soltanto noi in Italia abbiamo deciso la piena deregulation. Se i grandi staranno aperti anche a Natale o Pasqua, sarà la desertificazione per il commercio nei centri cittadini». La Cgia di Mestre ha rilevato che in Italia soltanto il 19 per cento della forza lavoro opera nel giorno del Signore, contro il 33 della Danimarca, il 26 della Grecia e il 23 della Germania. In Italia sono interessati nel commercio circa mezzo milione di addetti: 200mila nella grande distribuzione, 60mila nella cooperazione e il resto, con contratto Confcommercio o Confesercenti, nei negozi di prossimità. Chi lavora, guadagna il 30 per cento in più. «Di solito – spiega Crippa – la richiesta di disponibilità è richiesta su base volontaria. Vorrei poi ricordare che con la liberalizzazione sono stati creati 4.200 posti ed erogati 400 milioni di euro in più sul veramente retributivo». Anche se Fabrizio Russo aggiunge che «parallelamente aumenta sempre di più il ricorso a promoter, lavoratori in somministrazione, ad atipici ai quali non viene pagato il domenicale». © RIPRODUZIONE RISERVATA.
francesco pacifico

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