21 Giugno 2018

Mentre Salvini vola nei sondaggi, Di Maio annaspa sull’ Ilva, incastrato dal piano folle di Grillo di farne un parco ludico

La sorte dell’ Ilva è questione di giorni, ormai. L’ azienda di Taranto è il maggiore complesso industriale produttore di acciaio in Europa, con 14 mila dipendenti diretti, più altri 6 mila indiretti. Da anni in crisi, obbligata dalla magistratura a un costoso risanamento ambientale per porre fine all’ epidemia di tumori nella periferia di Taranto vicina allo stabilimento, la proprietà dell’ impianto è stata assegnata un anno fa dal governo guidato da Paolo Gentiloni alla cordata franco-indiana Arcelor Mittal, che ha sede in Lussemburgo. Per dodici mesi, l’ ex ministro dell’ Industria, Carlo Calenda, ha cercato di trovare un accordo tra le parti in gioco (nuova proprietà, sindacati, Regione Puglia, Comune di Taranto, associazioni ambientaliste), per coniugare il salvataggio industriale e dei posti di lavoro con il risanamento ambientale. Tutto inutile, e tutto rinviato a dopo le elezioni del 4 marzo. Ora il tempo stringe. Dal 30 giugno, la Arcelor Mittal potrebbe ritirarsi dall’ impegno senza pagare alcuna penale. Ma non sembra questa la sua intenzione. Anzi, martedì 19 giugno i vertici del gruppo franco-indiano hanno incontrato il neo ministro dell’ Industria, il grillino Luigi Di Maio, e hanno ribadito l’ impegno a rilanciare l’ Ilva sia sul piano industriale che ambientale, con investimenti massicci: 1,8 miliardi di euro per l’ acquisizione; più 2,3 miliardi per il risanamento. Nella stessa giornata, Di Maio ha incontrato anche le associazioni ambientaliste e i comitati cittadini, che di rilanciare l’ impianto industriale non ne vogliono sapere. Anzi, per essere chiari, hanno chiesto al ministro di mantenere le promesse elettorali del M5s, promesse su cui hanno preso un sacco di voti a Taranto: chiudere lo stabilimento e farne un parco ludico, imitando una trasformazione simile, avvenuta anni fa nella Rhur. Il tutto garantendo per il futuro agli attuali occupati il famoso (benché inesistente, per ora) reddito di cittadinanza. Come era facile prevedere, di fronte alla complessità del dossier, Di Maio ha preso tempo, per poterlo studiare: «Mi si chiede di risolvere in 15 giorni un problema rinviato per sei anni. Non abbiamo i superpoteri, ma ce la metteremo tutta». Una furbata bella e buona, che cerca solo di nascondere il dilettantismo e l’ impreparazione con cui i 5 stelle hanno cavalcato finora questa vicenda. Basti questo: ciò che i comitati cittadini di Taranto e le associazioni ambientaliste hanno chiesto a Di Maio è esattamente ciò che lo stesso fondatore del M5s, Beppe Grillo, ha teorizzato in un video sul suo blog: chiudere lo stabilimento, imitare quanto ha fatto la Germania in un impianto siderurgico della Rhur, finanziando il progetto con due leve: il reddito di cittadinanza per i lavoratori mandati in disoccupazione, più 2 miliardi da prelevare da un fondo europeo «di cui nessuno parla». Un progetto di pura fantasia, costruito sul nulla, anzi su una «fake news», come dimostra uno studio pubblicato dal sito bocconiano lavoce.info. Applicando alla proposta di Grillo le regole del fact-checking, il sito ha individuato come prima mossa il «fondo Ue di cui nessuno parla»: si tratta del Research fund for coal and steel (Fondo per le ricerche sul carbone e l’ acciaio), creato nel 2002, che ha sì una dotazione di due miliardi, ma impiega ogni anno non più di 50 milioni di euro, da investire in progetti mirati a incrementare la sostenibilità del carbone e dell’ acciaio. Ovvero, per finalità che nulla hanno a che fare con la conversione di un impianto industriale dell’ acciaio in un parco ludico. Non solo: i 50 milioni annui devono essere ripartiti tra i 27 paesi Ue, così che ogni progetto finanziato non riceve mai più di un milione di euro. Conclusione del sito: «Grillo quindi sbaglia quando sostiene la possibilità di accedere a questo fondo per riconvertire l’ Ilva. Per cui il verdetto del fact-checking è: falso». Provate ora a mettervi nei panni del povero Giggino Di Maio: la soluzione proposta dal suo mentore, Grillo, non sta in piedi. Quindi, ancora una volta, lo dovrà smentire. Così come dovrà deludere i comitati locali, i quali, essendosi fidati delle promesse elettorali dei 5 stelle, ora chiedono la chiusura dell’ impianto e la distribuzione del reddito di cittadinanza ai disoccupati di Taranto. Tra le soluzioni alternative indicate a Di Maio, c’ è quella di convertire l’ impianto siderurgico dal carbone al gas, suggerita dal sindaco di Bari, Michele Emiliano e dal Codacons. Soluzione di cui nessuno conosce i costi e la convenienza economica, ma ancora meno i tempi di realizzo, visto che finora Emiliano ha fatto di tutto per impedire la costruzione in Puglia del terminale del gasdotto Tap. Così va a finire che, dopo avere detto peste e corna della Confindustria, c’ è ora una qualche probabilità che Di Maio finisca per sposarne le indicazioni. Certo, la cosa può stupire. Ma è un fatto che martedì 19 il ministro ha incontrato anche il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, il quale è uscito dal ministero contento come una pasqua, esprimendo apprezzamento per «il metodo dell’ ascolto inaugurato da Di Maio». Non male, se si pensa che all’ assemblea della Confindustria, riferendosi al caso Ilva, Boccia aveva parlato di «clima anti-industriale che si respira nel paese». Mentre ora, pare che la musica sia cambiata: «Per noi Taranto è la questione industriale che parte dal Mezzogiorno, l’ occasione di un grande rilancio del Sud, quindi lasciamo lavorare il ministro e confidiamo in una soluzione che sia nell’ interesse del paese». Ne capiremo di più nei prossimi giorni: se i grillini sono diventati confindustriali, oppure se è avvenuto il contrario. Ma quest’ ultima, come insegna la storia filogovernativa della Confindustria, non sarebbe una grande novità. E l’ Ilva, nonostante Grillo e i 5 stelle, potrebbe perfino salvarsi. © Riproduzione riservata.
tino oldani

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