11 Maggio 2005

Maxi risarcimento per il fumo passivo

Maxi risarcimento per il fumo passivo
Per sette anni la donna ha lavorato in una stanza con tre colleghe che avevano il vizio delle «bionde»

Roma, il ministero dell?Istruzione dovrà pagare quasi 400mila euro di danni agli eredi di una dipendente malata di tumore

PROBABILMENTE anche i cittadini totalmente estranei al mondo del diritto decideranno di leggere una sentenza al posto di un buon libro. La pronuncia di un Tribunale, rispetto a molti altri casi, colpirà infatti l?interesse di milioni di italiani, tanto da convincerli a scendere in campo: denunciare chi li costringe a respirare fumo passivo. Proprio ieri il giudice della capitale, Giuseppina Vetritto, ha scritto un capitolo importante, che sarà letto e utilizzato per costringere gli accaniti fumatori a smetterla di inquinare l?aria nei luoghi di lavoro, dove già da tempo la legge stabilisce che è vietato. Nel verdetto infatti è stato condannato il ministero dell?Istruzione a pagare agli eredi di una donna affetta da tumore quasi quattrocentomila euro, una cifra che comprende il danno biologico e quello morale. Una scelta del genere è stata presa dal Tribunale anche se la donna, Maria Sposetti, non ha perso la vita il 15 febbraio del 2000 per la grave malattia: è stata infatti operata a un polmone destro e sottoposta a chemioterapia, riportando successivamente anche altre conseguenze fisiche, ma la signora è morta in seguito a un incidente stradale. La patologia era stata invece diagnosticata da uno specialista in anatomia patologica e oncologica nel settembre del 1992. Appena tre settimane dopo dalla terribile scoperta, Sposetti è stata sottoposta a un intervento chirurgico per l?asportazione di parte del polmone malato. E l?esame istologico eseguito sulla massa tumorale asportata avrebbe dimostrato che la malattia era direttamente conducibile all?esposizione di fumo passivo. La donna, secondo quanto riferito dagli avvocati del Codacons che hanno rappresentato gli eredi della signora, i penalisti Carlo Rienzi e Vincenzo Masullo, non ha mai acceso una sigaretta in vita sua, come nessuno nel suo nucleo familiare. «È stata costretta a vivere per sette anni in una camera a gas – afferma Ferruccio Di Bari, il marito della donna – in una stanzetta angusta del Ministero, nella quale tre colleghe aspiravano una sigaretta dietro l?altra rifiutandosi di aprire le finestre e la porta. Spesso ha chiesto ai suoi superiori di poter cambiare locale, ma la sua richiesta è stata sempre respinta. Nel ?92 la scoperta del tumore, la cui origine era inequivocabile: era di tipo epidermoide, un carcinoma che deriva dal fumo di tabacco». La dipendente del ministero dell?Istruzione era stata assunta nel maggio del 1980 e trascorsi dodici anni i medici le dovettero riferire la terribile notizia del tumore al polmone per fumo passivo, che comportò sedute di chemioterapia, e quindi la perdita di capelli, bronchite asmatica cronica, una successiva depressione ed infine l?esaurimento nervoso. Ed ecco che nel 2002 i familiari della donna hanno deciso di presentarsi dai penalisti per denunciare il Ministero per accertare se esisteva o meno una violazione delle norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro che ponevano l?obbligo di tutelare la salute della parente. Trascorsi tre anni dall?esposto, ieri la sentenza che con molta probabilità sarà usata da chiunque combatte da anni per non essere costretto a respirare il fumo passivo. «Adesso si apre la strada a migliaia di cause di risarcimento danni per quei lavoratori che hanno dovuto subire alle loro scrivanie il disagio causato dal fumo dei colleghi. Solo grazie alla sensibilità della magistratura è stato possibile ottenere il risarcimento di quasi quattrocentomila euro». Si tratta di 263,725mila euro stabiliti dal giudice della quarta sezione lavoro del Tribunale civile a titolo di danno biologico e altri 132mila euro per il danno morale. È stata respinta invece la richiesta dei familiari di risarcimento per la perdita della capacità lavorativa. Da fonte ministeriale si apprende che il caso, che risale ai primi anni `90, quando non era ancora in vigore la legge sul fumo, è stato seguito nel contenzioso dall`Avvocatura generale dello Stato, alla quale non è stata ancora notificata la sentenza e che, insieme al Ministero, assumerà le iniziative che si riterranno opportune.

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