11 Marzo 2020

Maxi furti al Monumentale I giudici: no alla class action

MILANO di Nicola Palma Stop della Cassazione alla class action lanciata dal Codacons per chiedere al Comune il risarcimento dei danni per la raffica di furti avvenuti quattro anni fa all’ interno del Cimitero Monumentale. I giudici della Suprema Corte hanno così respinto l’ ultimo ricorso presentato dall’ associazione di consumatori e dai familiari dei defunti le cui tombe sono state depredate delle statue ornamentali, confermando così quanto già deciso dalla Corte d’ Appello di Milano con l’ ordinanza depositata il 7 novembre 2017. La vicenda giudiziaria ha preso le mosse da quanto accaduto la notte tra il 16 e il 17 marzo del 2016, quando ladri mai identificati trafugarono 31 oggetti in totale tra manufatti e statue ornamentali: in particolare, sparirono cancelli e balaustre da alcune tombe di famiglia e i busti della tomba dei piloti automobilistici Alberto e Antonio Ascari. A quel punto, alcuni dei familiari hanno contattato il Codacons per lanciare un’ azione di classe contro il Comune, accusato di «omessa manutenzione e vigilanza» e di «cattiva custodia nella gestione del servizio pubblico cimiteriale». La richiesta: «Condanna al risarcimento patrimoniale e non per tutti i danni subìti dai titolari di concessioni cimiteriali, in ragione dell’ inadempimento dello stesso per il rapporto contrattuale scaturente con i cittadini». Un’ istanza respinta al mittente dall’ amministrazione, che ha sempre sostenuto che la custodia degli oggetti privati delle tombe spetta ai privati. Il 12 aprile 2017, la decima sezione del Tribunale, con un provvedimento inedito nel suo genere, ha dichiarato ammissibile la class action, con la seguente motivazione: bisogna garantire «una tutela risarcitoria in capo a tutti coloro che hanno subìto un pregiudizio». Sei mesi dopo, però, è arrivato il ribaltone da parte dei giudici di secondo grado, che hanno dato ragione a Palazzo Marino dichiarando l’ azione di classe inammissibile: «Secondo la Corte – la ricostruzione nella sentenza della Cassazione – i fatti descritti (i furti di statue, ndr) non erano riconducibili né a una responsabilità di reato, in quanto la condotta criminosa non era certamente ascrivibile al Comune, ma a soggetti terzi rimasti ignoti, né la responsabilità da omessa custodia». Ora è arrivata la Suprema Corte a chiudere la partita: in sostanza, gli ermellini hanno confermato l’ inammissibilità del ricorso, appellandosi al principio affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione nel febbraio 2017: la class action è un «mezzo processuale di tutela che si aggiunge a quello ordinario, spettante al singolo interessato per il risarcimento di un danno che egli assume di aver subìto». Di conseguenza, lo stop non pregiudica la possibilità per il danneggiato di rivalersi come singolo e non come collettività e non lede quindi diritti costituzionali.

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