12 Luglio 2016

Maxi “buco”, ma il processo si sgretola

Maxi “buco”, ma il processo si sgretola
presto tutto prescritto,
resta solo il furto. imputata assolta dai falsi: «non c’ entro». il
giallo dei 5 milioni per spallanzani

di Tiziano Soresina wREGGIO EMILIA La vicenda dello stratosferico ammanco da 89 milioni di euro alla filiale Unicredit di via Gattalupa era stato un autentico “ciclone” per la città, con l’ allora direttrice Maria Carmela Maniscalco fin dal primo momento nel mirino di tutti: clienti, investigatori, controllori interni. Ma anche ieri si è toccato con mano come questa storia controversa stia perdendo pezzi ad ogni udienza. Come è emerso in aprile, i sei anni per completare le indagini hanno portato ad essere prescritte tutte le movimentazioni bancarie in discussione dal 2005 al 2008 e rimangono in piedi solo quelle del 2009 ma non per molto tempo (il 9 marzo 2017 è il termine-scure anche per le accuse di appropriazione indebita e truffa, tempi più lunghi per il furto) e il processo di primo grado è solo all’ inizio… Ieri, invece, l’ avvocato Giovanni Tarquini (che con la collega Paola Fontana difende la Maniscalco) è andato all’ attacco di tre capi d’ imputazione su sei, ottenendo in avvio d’ udienza dal giudice Luca Ramponi l’ assoluzione per la metà delle accuse all’ imputata, in quanto il reato di falsità in scrittura privata è stato depenalizzato. Assoluzioni per fatti non indifferenti. In primis le firme false dell’ industriale Erminio “Nino” Spallanzani sia su una domanda alla banca di affidamento per 5 milioni, sia per un bonifico da 5 milioni e 175mila euro (il tutto, secondo la procura, all’ insaputa dell’ imprenditore). Ma anche le ricostruzioni investigative relative a firme fasulle su 991 operazioni bancarie non autorizzate, oltre che false rendicontazioni (in sostituzione dei rendiconti ufficiali di Unicredit) che avevano danneggiato 230 clienti. Al tirar delle somme, accuse finite nel nulla. Come la pensa poi Unicredit – su questa incredibile “voragine” bancaria – ci ha poi pensato ad illustrarlo nella lunga testimonianza Alessandro Tassoni: quando nel settembre 2009 emerse «l’ incidente» come lo definisce lui, coordinò un pool di 33 ispettori interni arrivati dopo 8 mesi alla conclusione che ogni responsabilità è attribuibile alla Maniscalco. Dalle sue parole escono dati-shock: rimborsati dalla banca 20 milioni di euro «a favore di 282 clienti vittime di operazioni non corrette»; 4 milioni di euro in contanti «prelevati dalla cassa quasi tutti a firma della Maniscalco, per la metà versati su conti di altri clienti, mentre degli altri due milioni non sappiamo dove siano finiti»; 89 milioni di euro relativi «ad operazioni non autorizzate, somme disconosciute dai clienti come pure le firme apposte sui documenti». Il fuoco incrociato di domande – da parte del pm Manuela Mulas e degli avvocati difensori nonché di parte civile (Unicredit e Codacons) – ha poi portato il testimone a focalizzarsi sul bonifico da oltre 5 milioni a favore dell’ industriale Spallanzani, soldi poi finiti ad una società creditizia del suo Gruppo. Per chi ha indagato Spallanzani era convinto di avere quei soldi, derivanti da fruttuosi investimenti finanziari che in realtà erano fallimentari e la Maniscalco l’ aveva tenuto all’ oscuro: «Quel bonifico – dice Tassoni – fu un’ operazione anomala e quella cifra, nonostante non vi fossero i fondi, fu addebitata alla banca. Mai vista un’ operazione simile». A fine-udienza si sfoga l’ ex direttrice: «Non ho preso un euro, mi hanno incastrata. Non ho mai fatto niente che non mi fosse stato chiesto o autorizzato dalla direzione. In 8 anni hanno trovato versamenti in contanti per 90mila euro? A me non risulta. Ma comunque qualche piccolo versamento fatto in contanti poteva arrivare da un appartamento in affitto o per qualche lavoretto fatto dai miei figli. Secondo me il testimone non era tanto sicuro di ciò che diceva».
tiziano soresina
 

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