21 Ottobre 2010

“Malattie, povertà e solitudine Il mio calvario a 37 anni” (varie + modena)

LA CRISI ‘ in prima pagina’ , nuda e cruda. Ci finisce trascinata dalle parole di Chiara (il nome, ma solo quello, è di fantasia): «Sono disperata, malata e piena di debiti. Mi restano due scelte, o mi rivolgo a uno strozzino o la faccio finita». Chiara, 37 anni, è un caso estremo, proprio per questo il Codacos ha deciso di darle pubblicamente voce. Perché dietro alla sua vicenda ce ne sono tante altre diverse ma simili. Storie che abitano anche a Modena, spiega il segretario Fabio Galli, di gente «che non sa a chi chiedere aiuto. Non ci sono associazioni o enti ai quali chi non sa come arrivare a domani possa rivolgersi». IL PERCHÉ ce lo racconta direttamente Chiara: «Ho iniziato a lavorare nel dicembre del 2006 in una ditta che fabbrica macchine per supposte, film plastico, prodotti per profumi e deodoranti. Quando sono entrata a lavorare lì – ricorda Chiara – non avevo alcun disturbo. Poi è iniziato il mio calvario». Fatto di «parestesie alle braccia, coliche, dolori articolari, vertigini, vuoti di memoria, fortissime cefalee, diarrea e vomito, difficoltà respiratorie. Mi si sono anche spezzati improvvisamente dei denti. Perdo capelli, non posso indossare nulla di sintetico, o mangiare qualsiasi cosa che contenga coloranti, conservanti o additivi». E così sono iniziati i peridi di comporto, «dopo aver rischiato il licenziamento nel 2010 mi hanno fatta rientrare in ufficio. In un ufficio che si trova nello stesso stabile allo stesso piano del primo», dove Chiara aveva iniziato a evidenziare i primi problemi di salute. Successivamente, racconta la 37enne, è cominciata la ricerca per avere assistenza sanitaria e, dopo innumerevoli visite, con continue assunzioni di farmaci, è arrivata la prima minaccia da parte della ditta di un possibile licenziamento se non fosse tornata con regolarità al lavoro. Mentre diversi ospedali non sono riusciti a risalire all’ origine dei disturbi fisici e l’ Inps l’ ha dichiara non in grado di riprendere a lavorare, riconoscendole il 35% di invalidità. E la Cgil, racconta Chiara, «non ha voluto fare ricorso perché, mi hanno detto, se tre medici mi hanno visitata ed hanno ritenuto che fosse un 35%, vuol dire che non sono malata». Considerando lo stipendio basso e le spese per i vari medicinali, Chiara decide di rivolgersi a una finanziaria: «che pago – dice la giovane – con la cessione di un quinto dello stipendio, ossia 208 euro. La cifra corrisponde a un quinto dello stipendio che prendevo quando facevo le otto ore, che la finanziaria ha mantenuto anche ora che faccio 4 ore complessive. La mia ultima busta paga – denuncia la 37enne – ora è di 395 euro. Pago 250 euro d’ affitto, e 21 euro solo di cortisone ogni dieci giorni». In tasta, c’ è poco da contare, non resta nulla. Dulcis in fundo, conclude Chiara, nel racconto inviato al Codacons nel quale ripercorre la sua tremenda situazione, «mia madre è in coma da 13 anni, ricevo 50 euro al mese in quanto sua tutrice. Mio padre, invece, è stato operato di tumore a Pasqua. Non ho nessuno a cui rivolgermi. Assolutamente nessuno. Cosa posso fare?».

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