22 Dicembre 2020

L’Italienza dei calendari non ci rappresenta: la forza simbolica delle donne durante la pandemia non è il loro corpo ma ciò che hanno fatto e fanno

Nadia Mazzardis e Laura Onofri *

In un giorno ha raccolto oltre 5000 firme di associazioni femminili e femministe, di quelle a tute-la dei diritti e di singole donne e uomini, la petizione che ha chiesto a Codacons di ritirare tutte le copie del calendario “Italienza” che unisce le parole Italia e resilienza. Un calendario che con le immagini e i codici comunicativi adottati ha sollevato l’indignazione di tante e tanti.
Scrivono le promotrici dell’appello che è “inaccettabile, che ancora oggi, nel 2020, dopo tante battaglie che le donne hanno intrapreso per abbattere gli stereotipi di genere ancora presenti nella nostra cultura, si pensi che per rappresentare la resilienza italiana non ci sia di meglio che fotografare 12 giovani donne nude “coperte” da una mascherina tricolore.” sottolineando che “la resilienza le donne italiane durante la pandemia, l’hanno dimostrata invece lavorando negli ospedali, nei supermercati, nelle imprese di pulizia e sanificazione , nelle RSA, nella scuola, tenendo in piedi la didattica a distanza, da casa, gestendo contemporaneamente professione, figli, DAD, disabilità e genitori anziani e talvolta perdendolo pure, il lavoro”.

L’imbarazzante azione di promozione dell’iniziativa, che estrae a sorte 20 calendari, tra coloro che voteranno il “mese” preferito, nel solco della peggiore tradizione del preteso diritto di giudizio pubblico, sui corpi delle donne, ha fatto irritare anche la stessa fotografa, autrice degli scatti che compongono il calendario.

La Codacons si è immediatamente premurata di inviare una lettera a molte delle prime firmatarie della petizione. Una risposta che forse è ancora più sconcertante dell’iniziativa stessa. Infatti i 5 uomini del Collegio di Presidenza Codacons, in virtù del loro genere e senza ascoltare il punto di vista delle donne, considerando che non ve ne è nemmeno una nel loro board, cercano di spiegare quanto sia anacronistico il pensiero sulla rappresentazione femminile da parte delle firmatarie della petizione. Lo fanno rivolgendosi a consumatori e cittadini, sottraendosi ad un corretto uso del linguaggio di genere, che costituirebbe la prima regola di ingaggio, per un’associazione che si ritiene rappresentativa dei consumatori, ma a quanto pare non delle consumatrici, escludendo di fatto le donne con l’uso delle parole. Parole che descrivono le donne nude come “vestite” con una mascherina, sempre in virtù del pensiero unico maschile, che tende a spostare il focus sulle modelle e sulla fotografa. Nessuna ha giudicato l’intelligenza creativa della fotografa e neppure il lavoro delle modelle. Quello che come donne è stato criticato è quello che quei corpi rappresentano: la veicolazione di un messaggio di speranza per l’Italia e la celebrazione della resilienza delle donne.

Quegli scatti hanno il potere di rappresentare i corpi di tutte le donne italiane, anche di quelle che così non vogliono essere rappresentate. Non si tratta di nudo in sé ma di simbolico: la forza simbolica delle donne durante la pandemia non è il loro corpo ma ciò che hanno fatto e fanno. E’ la contestualizzazione del calendario, pubblicato da un’associazione che pretende di rivestire un ruolo sociale importante, con motivazioni alte, che si scontra con un’immagine stereotipata, che le donne e le associazioni che hanno aderito continuano a contestare.

Utilizzare come rafforzativo della scelta, il rimando all’inizio dei tempi per cui “da sempre” la nudità ha assunto carattere iconografico, non è una motivazione sostenibile, perché riporta ad un “si è sempre fatto così” che nella vita delle donne ha imposto segregazione, discriminazione e difficoltà a raggiungere posizioni di governance, proprio perché imbrigliate in ruoli decisi da altri e difficili da scardinare. Il mondo che le donne vogliono vedere rappresentato è quello che va oltre il loro corpo. Che guardi a un futuro migliore e diverso e non ad un passato verso il quale forse i componenti del collegio di presidenza nutrono nostalgia, ma non di certo le donne.

Quanto le donne oggi siano o meno succubi di un patriarcato duro a morire, non possono certo insegnarlo i 5 uomini che non manifestano volontà di autocritica e di riflessione sulle conseguenze a cui porta la continua esposizione pubblica di corpi di donne, rispondenti, come nel caso del calendario in questione, ad un ideale di bellezza uniforme e omologato. Disturbi alimentari, senso di inadeguatezza nelle donne, atti di bullismo nei confronti delle giovani, fino a sfociare in atti di violenza fisica sulle donne, sono comportamenti che hanno riguardato la vita delle donne, dalla notte dei tempi e che la società tutta deve continuare a contrastare anche rifuggendo da quelle imma-gini e da quei codici comunicativi usati nel calendario.

Sconcertante e pieno di inesattezze anche l’ultimo comunicato stampa dell’associazione che scrive: “Da notare poi che le appartenenti ai comitati promotori della petizione hanno minacciato di strappare la tessera Codacons come forma di protesta contro il calendario: abbiamo cercato i loro nomi tra i nostri iscritti allo scopo di restituire loro la tessera di iscrizione, ma non ne abbiamo trovato nemmeno uno… “.
Nell’appello però non si è minacciato di stracciare la tessera del Codacons e neppure è stato dichiarato che le sottoscrittrici fossero associate, ma semplicemente è stato chiesto di restituire la tessera associativa della Codacons, se qualcuno l’avesse avuta e a non rinnovarla per il 2021 se il calendario non fosse stato ritirato. Dubitiamo che sia stato verificato che le oltre 5500 persone che hanno firmato fossero o meno iscritte a Codacons, anche perché non tutte le firme della petizione sono in chiaro
E per ultimo ma non ultimo, una considerazione amara sulla composizione del Collegio di presidenza. Le donne, che sono le principali consumatrici e che detengono in maggioranza il potere d’acquisto in famiglia (sondaggio della Noto Sondaggi del 2019) non sono rappresentate nel Collegio di presidenza della Onlus, rigorosamente tutto maschile. Ecco svelato l’arcano: a decidere sono solo uomini!

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