22 Novembre 2020

L’insensata guerra di chi invita a boicottare Amazon per i regali di Natale

Marco Fattorini «Caro Babbo Natale, quest’anno prendiamo l’impegno di fare un Natale senza Amazon. Non compreremo neanche un regalo su questa piattaforma». La lettera che invita al boicottaggio è stata scritta da un gruppo di intellettuali e politici francesi, tra cui la sindaca di Parigi Anne Hidalgo e l’ex ministra dell’Ambiente Delphine Batho. Le accuse sono chiare: il colosso web fondato da Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, si è approfittato del lockdown e sta distruggendo il commercio al dettaglio.

La guerra del Natale senza Amazon scavalca le Alpi, fa il giro dei social e spopola nelle chat di Whatsapp. A rilanciare la proposta della sinistra francese ci pensa la destra italiana. Maurizio Gasparri di Forza Italia condivide «totalmente» l’idea. Matteo Salvini posta un sondaggio su Facebook e Twitter chiedendo se sia giusto boicottare Amazon. Per poi sentenziare: «I regali li compro sotto casa, piuttosto che con un clic». Giorgia Meloni se la prende col Black Friday: «Non sia una giornata nera per i nostri imprenditori, compriamo italiano, sempre». Il suo vice di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli parla di «sciacallaggio da parte del circuito dell’e-commerce».

Oltre ai sovranisti, si sono fatte sentire le associazioni di categoria. La Confesercenti attacca: «Mentre i negozi sono chiusi, Amazon opera in condizioni di monopolio. Il rischio è che il commercio venga condannato a morte». Ma il Codacons va oltre: «In caso di lockdown nazionale il governo dovrà studiare misure per limitare lo strapotere dei colossi come Amazon». Anche il premier Giuseppe Conte si dice preoccupato per i «disequilibri» che possono crearsi dall’uso massiccio degli acquisti online.

La battaglia a sostegno dei commercianti, tra le categorie più colpite in questa pandemia, si concentra sul gigante statunitense che in questi mesi ha macinato profitti record lasciando dietro di sé un mucchio di polemiche. Quelle sulla tassazione, sulle condizioni dei lavoratori impiegati presso i propri magazzini e, appunto, sulla concorrenza sleale nei confronti dei negozi di quartiere. Molti dei quali rischiano di fallire sotto i colpi del virus.

Nel secondo trimestre dell’anno l’Istat ha certificato che gli occupati nel commercio sono diminuiti del 5,8%, con una flessione di 191 mila unità rispetto al 2019. Secondo la Federazione italiana di pubblici esercizi di Confcommercio, il 2020 si chiuderà con 33 miliardi di fatturato in meno e 60 mila imprese del settore a rischio. Praticamente un bagno di sangue, con l’incognita del Natale.

Tutta colpa di Amazon? Chissà. Ma l’arrivo del Covid ha accelerato un processo, quello dell’e-commerce, che appare inesorabile. Cambia il mondo, e così le abitudini delle persone. Una ricerca effettuata da Nomisma rivela che nell’ultimo anno il 70% degli italiani tra i 18 e i 65 anni ha effettuato almeno un acquisto online. L’Istat mette nero su bianco l’esplosione dello shopping su internet, che nei primi nove mesi del 2020 è aumentato del 29,2%. Il lockdown primaverile ci ha messo del suo, certo. Ma ha aperto nuove occasioni per i consumatori e per chi è dall’altra parte del bancone.

In un momento in cui i negozi sono stati costretti ad abbassare le saracinesche, per molti imprenditori lo sbocco online ha rappresentato l’opportunità di non fermarsi del tutto. Diversi negozianti hanno sfruttato i canali web per continuare a restare sul mercato in mesi drammatici.

Nel nostro Paese ci sono circa 100 piattaforme su cui espongono 50 mila venditori. Molti dei quali sono piccoli esercenti che grazie alle vetrine online raggiungono i clienti in tutta Italia e nel resto del mondo. Succede con i prodotti tipici dell’enogastronomia e l’artigianato locale, con l’abbigliamento e gli accessori. Alcuni usano anche Shopcall, un’applicazione italiana che permette di acquistare in videoconferenza col negoziante, così da poter osservare la merce prima di pagare. C’è poi chi, con la pandemia, ha fatto di necessità virtù. In diverse città da Nord a Sud le botteghe di quartiere sono state messe in rete da start-up e aggregatori su internet per offrire servizi di delivery.

Sono più di 14 mila le piccole e medie imprese italiane che piazzano i loro prodotti su Amazon, oggetto del boicottaggio natalizio. E nel 2019 hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro. Oltre il 50% degli acquisti effettuati sul colosso di Jeff Bezos proviene dai cosiddetti venditori di terze parti. I piccoli imprenditori più presenti sono quelli di Lombardia, Campania e Lazio. E sono anche quelli che esportano di più.

Nel periodo dal 1° giugno 2019 al 31 maggio 2020 i partner di vendita italiani hanno venduto più di 60 milioni di prodotti, rispetto ai 45 milioni incassati nello stesso lasso di tempo dell’anno precedente. Tra l’altro, l’impatto positivo degli affari online ha permesso alle piccole e medie imprese di creare oltre 25 mila posti di lavoro.

L’avanzata di Amazon non si ferma per decreto. Il boicottaggio può avere un effetto mediatico e simbolico, ma rischia solo di ritardare un cambiamento in atto. La sfida dello shopping digitale è lanciata. Nel 2020 in Italia l’e-commerce ha generato ricavi per 58,6 miliardi di euro ed è al terzo posto tra le 99 attività economiche italiane per incidenza sul fatturato del settore privato. Lo studio, realizzato da The European House – Ambrosetti per Netcomm, ha censito 678 mila imprese che vendono su internet impiegando oltre 290 mila lavoratori. Un nuovo mondo che avanza, nonostante tutto.

«La concorrenza ci salverà dalla pandemia», scrive il direttore del Foglio Claudio Cerasa. Sarà così? In attesa di capire chi porterà i regali sotto l’albero, forse sarebbe utile interrogarsi su come attrezzarsi davanti alla rivoluzione tecnologica del commercio e sostenere l’evoluzione dei canali tradizionali. Non è solo una questione di prodotto, ma anche di logistica. Immaginando politiche che aiutino i commercianti a essere più competitivi, a internazionalizzarsi e sbarcare sulle piattaforme online. Magari con meno tasse e burocrazia. Ma forse, per questi ultimi dettagli, non basterebbe nemmeno Babbo Natale.

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