L’inflazione frena: 1,6% a gennaio
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fonte:
- Gazzetta di Parma
Rallenta l’inflazione che a gennaio è scesa all’1,6% dal 2,2% di dicembre; su base mensile i prezzi sono invece calati dello 0,1%. Lo comunica l’Istat, confermando le anticipazioni e registrando in particolare la riduzione dei carburanti (-18,1% per benzina e -17,6% per gasolio rispetto ad un anno fa) e l’attenuazione degli alimentari. Ma è proprio sul carrello della spesa che scoppia la polemica, perché secondo il Codacons questa voce è salita su base annua del 3,8% e si tradurrà per ogni famiglia in una spesa aggiuntiva di 480 euro. Ancora più pessimiste Adusbef e Federconsumatori, secondo cui l’esborso sarà invece di 564 euro. Secondo i consumatori, basta vedere il grano, il cui prezzo, rispetto a gennaio 2008, è calato del 60% passando da 0,48 euro a 0,19 euro al chilo, ma pane e pasta non accennano a diminuire; non va meglio per quanto riguarda la carne, dove il pollo, rispetto a gennaio 2008, ha registrato un aumento del 18%. Sulla stessa lunghezza d’onda rispetto ai dati dell’Istat è la Coldiretti, che fa notare come, a fronte dell’impennata tendenziale dei prezzi al consumo doppi rispetto a quanto dichiarato dall’Istat, quelli alla produzione a dicembre abbiano segnato un crollo del 14%; e questo per cereali (-44%), olio di oliva (-23%), vini (-19%), ortaggi (-15%) e latte (-8%). Secondo l’organizzazione agricola, in generale, per ogni euro speso dai consumatori in alimenti, 17 vanno all’agricoltore, 23 all’industria alimentare e 60 centesimi invece alla distribuzione commerciale. Un’analisi a cui la Confcommercio non ci sta. «è un’affermazione del tutto infondata, dettata probabilmente dalla non perfetta conoscenza della materia e contraria al buon senso», replica l’Ufficio Studi di piazza Belli, spiegando che se fosse vero gli esercizi commerciali al dettaglio crescrebbero ogni anno di qualche milione, invece di chiudere il 2008 con un saldo tra iscritti e cessati di 40mila unità. Secondo Confcommercio l’utile netto degli imprenditori è di 9 centesimi per ogni euro speso dal consumatore finale, perché qualificare come quota della distribuzione oneri sostenuti per elettricità, combustibili, trasporto, imposte indirette e tante altre voci di costo vivo per il settore commerciale, è una strumentalizzazione delle statistiche. Polemiche a parte, una cosa è certa: 4 famiglie italiane su 10 hanno modificato le loro abitudini a tavola. Secondo la Cia infatti il 35% limita gli acquisti o sceglie prodotti di qualità inferiore, il 65% è convinto che gli aumenti dei prezzi siano dovuti ai troppi passaggi della filiera e il 75% ritiene fondamentale l’indicazione sui listini del ‘doppio prezzò e quindi origine e dettaglio.
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