7 Marzo 2002

L`Impero e il mondo in guerra

Giulietto Chiesa, che sarà a Sassari sabato, parla della crisi internazionale e delle sue drammatiche prospettive

L`Impero e il mondo in guerra

Uno sviluppo che nei prossimi anni diventerà esplosivo


Il vero antagonista dell`Occidente non è il mondo islamico ma la Cina E qualcuno già pensa a come fermarla


Giulietto Chiesa, che sabato sarà a Sassari per parlare (alle 11 all`aula magna del liceo Azuni e alle 16,30 alla sala Angioy del Palazzo della Provincia) per parlare di «Istanze di democrazia e di etica dell`informazione nell`era della guerra e della globalizzazione» – invitato da Arci, Codacons, Iniziative culturali, libreria Il Labirinto, Link e Magistratura democratica – è principalmente un giornalista. È stato molti anni a Mosca, prima come corrispondente dell`Unità, poi della Stampa, seguendo le vicende che portarono alla dissoluzione dell`Urss. Ma è anche un intellettuale che, grazie a una competenza nelle questioni di geopolitica che lo ha visto fellow al Wilson Center di Washington, getta sul mondo di oggi – un mondo che va alla guerra – uno sguardo lucido ma a dir poco preoccupato. Si voleva parlare con lui di due libri recenti, «G8/Genova» (Einaudi, 100 pagine, 14,46 euro) e «Afghanistan anno zero», (Guerini e associati, 172 pagine, 13,43 euro), scritto insieme a Vauro e con la prefazione di Gino Strada. Da lì si è infatti partiti, ma la conversazione ha riguardato soprattutto l`anticipazione dei contenuti del libro che ha ancora sul tavolo, «La guerra infinita», che Feltrinelli manderà in libreria il prossimo aprile.
«L`11 settembre – spiega Chiesa – ha cambiato molto, è stato come la scintilla che ha fatto accendere il gas che saturava l`ambiente. Stiamo andando in guerra, il mondo sta entrando in guerra. Dove, per che cosa, con quali obiettivi, con quali prospettive non lo sa nessuno, neanche il presidente Bush».
– Tuti gli attori sulla scena accettano l`ineluttabilità di questa situazione?
«Intanto bisognerebbe stabilire chi sono gli attori. Normalmente mi pare che si tenda a ritenere che sono due: l`Occidente e il mondo islamico. Visione totalmente fallace, errata. Gli attori sono due e il secondo non è il mondo islamico. Sono gli Stati Uniti d`America che si vanno trasformando rapidissimamente in un impero. Il secondo attore non è il mondo islamico ma la Cina. Tutto ciò che accade, secondo me va ricondotto, anche se non può essere ridotto, a un giudizio che la leadership americana ha formulato intorno alla fine dell`anno 2000, in un documento del Pentagono firmato, non a caso, da Donald Rumsfeld, attuale ministro della difesa, nel quale si definiva la Cina come potenziale nemico degli Stati Uniti entro il 2013. Valutati i quattro fattori chiave dello sviluppo cinese, economico, demografico, tecnologico e militare, si delinea che a quella data la Cina sarà per gli Stati Uniti un antagonista reale, cioé capace di minacciare e non soltanto di difendersi in caso di minaccia. Se la Cina nei prossimi quindici anni continua a a crescere con i ritmi ai quali è cresciuta negli ultimi dieci o quindici anni, nel 2013 un miliardo e trecentocinquanta milioni di cinesi cominceranno a mangiare tanto pane quanto ne mangiamo noi, a bere tanta acqua quanta ne beviamo noi, ad avere tante automobili quante ne abbiamo noi, a consumare tanta benzina quanta ne consumiamo noi. Il che vuol dire, in termini molto banali, che il mondo salta per aria».
– Il mondo non basterà più per tutti.
«Esatto. E allora, da qualche parte, qualcuno, su un ponte di comando ideale che non esiste fisicamente, ma sicuramente esiste metaforicamente, qualcuno ha cominciato a fare i calcoli, è inevitabile che sia così. O impediamo alla Cina e al resto del mondo di salire nella scala dello sviluppo, o a un certo punto dovremo sederci a un tavolo con loro e discutere e concordare le modalità dello sviluppo. Oppure li sterminiamo».
– Non è che qualcuno ci avrà fatto un pensierino, su quest`ultima ipotesi?
«Sono assolutamente certo che qualcuno ci ha fatto un pensierino, e che si sta organizzando per questo. Quando scrivevo il libro sul G8 era tra le righe, tra le tante variabili possibili. Sbagliavo solo sulle date: pensavo che sarebbe maturato intorno agli anni 2080/10. Però, siccome non è più una previsione ma un fatto, mi sono messo a raccogliere tutti i dati, e dicono tutti la stessa cosa, che qualcuno sta pensando a questa soluzione. Per esempio il fatto che l`America denunci, guarda caso proprio adesso, il trattato Abm che ha garantito al pianeta la sopravvivenza evitando la guerra nucleare. L`America sta preparando la militarizzazione dello spazio cosmico, ed è scritto anche questo nei documenti, chiarissimo. Da qui al 2015 gli Stati Uniti si vogliono dotare di un sistema di satelliti nucleari che graviteranno sulle nostre teste e saranno in grado di colpire chiunque alzi la testa. È questo che sta accadendo».
Ma l`Occidente di cui si parla è un tutto unico?
«No, però l`Europa è l`unico vero potenziale antagonista degli Stati Uniti. Tutta questa operazione è rivolta, non dico in modo unico, ma comunque consistente, anche per evitare che l`Europa diventi un antagonista effettivo. Noi siamo di fronte a una situazione in cui gli Stati Uniti sono sostanzialmente in crisi, perché la prospettiva di portare il mondo dove vogliono loro è una prospettiva drammatica. Si trovano però in una situazione di crisi avendo la più grande potenza militare che sia mai stata accumulata in un solo paese. Gli europei sono una potenza finanziaria ed economica rilevante, paragonabile a quella degli Stati Uniti, ma non hanno nessuna possibilità di competere militarmente con loro e di esserere paritaria. Allora, l`obiettivo principale è quello di impedire che l`Europa assuma, nel prossimo, medio e lungo termine, una sua autonomia strategica, e quindi l`Europa sottoposta alla strategia militare, economica e finanziaria degli Stati Uniti. Una delle ragioni per cui lo scudo spaziale sta diventando molto importante è che se gli americani stanzieranno altri cento miliardi di dollari per costruire questo sistema, e quindi la militarizzazione dello spazio cosmico, tra dieci o quindici anni la distanza tecnologica tra gli Stati Uniti e l`Europa sarà altrettanto incolmabile della distanza tra gli Stati Uniti e la Cina o la Russia. Quindi gli Stati Uniti stanno davvero facendo una scelta strategica per stabilire che i rapporti di forza non soltanto saranno non saranno modificabili per i prossimi quaranta o quarantacinque anni, ma che saranno ancora di più a vantaggio dell`impero. Non siamo uguali, non lo siamo più, non siamo partner. È l`affermazione dell`irreversibilità del dominio».
– E le forze in controtendenza?
«Sono molte. In primo luogo la Cina che già oggi può prendere decisioni senza chiedere il permesso agli Stati Uniti. La seconda è ancora la Russia, forse. La terza sarebbe l`Europa, che però pare sia stata completamente catturata. C`è il movimento di contestazione. Io non faccio delle illazione, non sono facile a entusiasmi. Non credo che oggi come oggi il movimento rappresenti una forza tale da impedire o da condizionare questi processi. E tuttavia il movimento di Seattle diventa una forza cospicua perché costituisce di fatto uno dei pochi centri mondiali capaci di elaborare una strategia alternativa. Quello che sta accadendo è che di fronte a una crisi evidente dell`Occidente, neppure i grandi centri mondiali del potere hanno la ricetta per uscire dalla crisi. Invece sta emergendo che una parte rilevante della cultura, del mondo intellettuale comincia a manifestare altre varianti, altre ipotesi. E quindi, accanto allo sviluppo della globalizzazione, sta emergendo un suo alter ego, un antagonista».
– Antagonista interno.
«No, non più: è questa la novità. Porto Alegre 2 ha rappresentato un grande balzo. C`erano rappresentanti di tutto il mondo, anche del terzo mondo. È una cosa che sta dilagando, sono convinto che da qui a due, tre, quattro anni il rapporto tra Nord e Sud sarà un dato centrale. In America, in Europa ci sono forze cospicue, anche tra i gruppi dirigenti, che non sono disposte ad accettare la logica dello scontro. E quindi ci può essere un po` di convergenza tra quello che emerge dai movimenti e quello che emerge da questi gruppi dirigenti, diciamo così, meno corrivi».
– Però circolano umori meno rassicuranti.
«Certo, la linea dello scontro prevede una radicalizzazione. Si va verso una guerra contro il terrorismo, è evidente che le sanzioni saranno inasprite, che l`area delle libertà individuali sarà ristretta: è proprio questo il problema di fronte al quale si trova tutto l`Occidente. Andiamo verso la fine delle libertà».
– È il titolo di un libro di Gore Vidal. Che però non ha trovato editore nel suo paese, gli Stati Uniti.
«È proprio quello che citavo. Io non credo che l`alternativa ossa venire dall`intellighentzia americana. Può venire da grandi forze culturali, e anche religiose, europee. Parliamoci chiaro, il livello democratico della società americana, al di là di tutte le esaltazioni che ne sono state fatte qui in Europa, è molto basso. Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma il sistema americano è uno dei più elementari e dei più oligarchici. Non sono io che lo dico, lo dice Edward Luttwack. Si leggano alcuni libri di intellettuali americani e si capisce. Ci dicono da trent`anni che qurello è il modello al quale dovremmo guardare, non sono d`accordo, secondo me quello è il modello da cui dovremmo guardarci».
– Luciano Canfora fa notare, in un libro recente, che la stessa elezione del presidente Bush è stata decisa in violazione della legge.
«Ma è tutta una violazione della legge. A parte il fatto che gli americani non votano più. Ma lasciando perdere questa paccottiglia, ormai immangiabile, l`elezione del presidente americano è stata decisa con un colpo di mano, se non con un colpo di stato. La Corte suprema ha deciso in autunno che d`ora in poi il finanziamento privato ai candidati alle campagne elettorali di ogni ordine e grado, presidenziali incluse, è da considerare come un`espressione della libertà di parola. Abbiamo la definizione della democrazia americana come una plutocrazia. Ma dove sta più la democrazia? È finita, innnanzitutto in America. Ma chi è, Saddam Hussein che minaccia la democrazia? O Gheddafi? C`è da morir dal ridere. Questa situazione, se non fosse di guerra e tragica, sarebbe esilarante».

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