1 Agosto 2006

Liberalizzazioni, che flop

TRA LOBBY E INTRIGHI POLITICI Liberalizzazioni, che flop



Pierluigi Bersani. Il ministro dello Sviluppo si è sentito scaricato sia da Prodi sia dai compagni di partito Marcia indietro su taxi, negozianti e banche. Un compromesso con avvocati e notai. Alla fine risparmieremo solo sulle aspirine? Quarantuno articoli, 1.124 emendamenti, 674 presentati dalla maggioranza e 106 dallo stesso relatore dell`Unione, Natale Ripamonti. Questo da una parte della barricata. Dall`altra la rivolta di lobby più o meno armate. Alcune, come quella dei taxi, hanno paralizzato le città ottenendo ciò che volevano: il ritiro della libertà di licenza. In cambio hanno trattato con i sindaci (attivissimo quello di Roma, il ds Walter Veltroni) su turni, tariffe, numero delle auto pubbliche. Altre si sono mosse sott`acqua, portando anche loro a casa il risultato. Per esempio, l`Abi, l`Associazione bancaria che non digeriva l`obbligo (forse illegittimo) di adeguare automaticamente i tassi alle decisioni della Bce. Il nuovo presidente, Corrado Faissola, si è presentato a Palazzo Chigi preceduto da una sfilza di telefonate a ministri e sottosegretari da parte dei banchieri che contano, molti di simpatie uliviste: da Alessandro Profumo dell`Unicredito a Matteo Arpe di Capitalia, a Corrado Passera di Intesa. Altra vittoria, la comunicazione all`anagrafe tributaria dei dati della clientela non più retroattiva dal 2001 ma dal 2005. Alla fine rimane la chiusura dei conti correnti a costo zero. Ma attenzione, resta da capire se questo vale anche per i servizi accessori: depositi titoli, domiciliazioni di utenze e carte di credito, mutui. Soddisfatti anche i commercianti: vendite promozionali libere tutto l`anno, ma non a ridosso dei saldi. Non solo: i negozianti saranno liberi di mettere in promozione le merci che vorranno. E parzialmente contenti i professionisti: scompare la tariffa minima degli avvocati, ma non se è il giudice a fissare i compensi. Mentre per ingegneri e architetti il minimo tabellare rimane, specie quando trattano con le amministrazioni pubbliche. Per tutti è introdotta la pubblicità: solo però “se informativa e rispetta criteri di trasparenza“. E chi li giudica questi criteri? Mah. E se per i produttori di cioccolato si è mosso il ds Raffaele Morando, e a fianco dei collezionisti di francobolli si è risolutamente schierato l`ex segretario della Uil, Giorgio Benvenuto, oggi parlamentare unionista (entrambi hanno ottenuto la riduzione dell`Iva), è logico che in questa situazione il decreto sulle liberalizzazioni, firmato il 30 giugno a sciabola sguainata dal ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, e destinato a rappresentare la faccia buona degli inasprimenti fiscali di Vincenzo Visco, abbia dovuto alla fine riparare nella trincea del voto di fiducia. Ed è stata la quarta volta, per il governo di Romano Prodi, in 70 giorni di attività. Cosa che sta facendo perdere le staffe al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l`ottimismo agli alleati di governo. Dunque quanto resta della grande svolta liberalizzatrice di Bersani? La possibilità di vendere medicine da banco nei grandi magazzini (però con la presenza di un farmacista). Più facilità per chi vuol fare il panettiere. Appunto, meno spese per chiudere i conti correnti e più libertà di shopping. Qualche taxi in più. È molto, è poco? “È quanto si poteva fare con questa maggioranza“ dice Carlo Rienzi, presidente del Codacons, storico paladino dei consumatori e, alle ultime elezioni, alleato dell`Unione.“L`errore è aver scelto la guerra dei taxi come simbolo delle liberalizzazioni. Persa quella, tutte le categorie hanno capito con chi avevano a che fare. In realtà molti benefici restano, ma siamo ancora lontani dall`aver davvero messo i cittadini al centro del sistema“. Forse siamo lontani anche dai mille euro l`anno a famiglia che le associazioni di consumatori più vicine all`Unione continuano a calcolare come benefici: a meno che non si faccia incetta di aspirina, non si chiudano conti correnti a ripetizione, non si prendano tre o quattro taxi alla settimana per l`aeroporto e non si viva in simbiosi con un notaio o un avvocato. “Ben altro impatto“ riconosce per esempio, dal centrodestra, l`ex ministro Antonio Martino, uno che il decreto avrebbe anche voluto votarlo, “ebbe la riforma del commercio varata negli anni Novanta dallo stesso Bersani. O la deregulation delle tariffe telefoniche“. Ma perché questo mezzo calabraghe? Solo per la forza delle corporazioni? Pietro Ichino, esperto di lavoro vicino ai Ds, chiama in ballo la “sovranità limitata“ che i governi, di sinistra e di destra, avrebbero ogni volta che si tratta di reagire a qualche sciopero o protesta fuori dalle regole. E mentre Mario Monti, ex commissario europeo alla Concorrenza, accusa sul Corriere della sera il governo di mancanza di coraggio (“Avrebbe dovuto alzare la posta, non le mani“), un altro economista che all`inizio aveva plaudito alla guerra alle lobby, Francesco Giavazzi, denuncia la “gigantesca occasione sprecata“: “Perché questi sono i provvedimenti che si prendono, e si difendono, proprio all`inizio della legislatura“. Ma c`è ben altro nella mezza sconfitta sulle liberalizzazioni. La vicenda ha infatti portato allo scoperto un groviglio di contrasti, antipatie e rancori personali all`interno della coalizione. Bersani, che si è visto convocare a Palazzo Chigi da Prodi, non ha affatto gradito, e non le ha mandate a dire: “Quando c`è la guerra mi aspetto che il generale difenda i suoi soldati“ ha dichiarato. Non risparmiandole neppure a Francesco Rutelli, che avrebbe voluto “più privatizzazioni“; a Veltroni, che intavolava trattative autonome con i tassisti capitolini; e a Mercedes Bresso, compagna di partito e presidente della Regione Piemonte, accusata di fare il doppio gioco sulla Tav in Val di Susa. Conclusione: anche la campagna sulle liberalizzazioni è finita nelle sabbie mobili delle faide tra Ds e Margherita, della guerra intestina dentro la Quercia tra dalemiani e veltroniani (in difesa del ministro è intervenuto solo il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, fuori dai giri) e del braccio di ferro tra Prodi e sinistra radicale da una parte, riformisti dall`altra. Fatto che non lascia presagire molto di buono per la seconda promessa spallata liberalizzatrice: che dovrebbe riguardare potentati come l`Enel, l`Eni, la Rai. Altro che taxi e aspirine.

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