Le pensioni da 1.700 euro recuperano un quarto della perdita subita Rivalutazioni dal 2016
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fonte:
- la Repubblica
ROMA . «Nessuno perde niente. Il problema è chi ci guadagna e quanto». Parola del ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan che si lascia andare a qualche rassicurazione di troppo dopo la tensione degli ultimi giorni alle prese con la difficilissima quadratura della sentenza della Corte costituzionale con le esigenze di Bruxelles. L’ operazione «una tantum» scongiura lo scenario apocalittico, descritto ieri dal titolare del Tesoro in conferenza stampa, in caso di pagamento integrale dei 18 miliardi: sforamento del deficit-Pil al 3,6 per cento, rinuncia alla flessibilità, manovra, frenata dell’ economia. Tutto evitato perché la manovra di restituzione costerà 2,1 miliardi e sarà finanziata per buona parte con il cosiddetto “tesoretto” che c’ è e c’ era, tant’ è che ora si rivela prezioso. Ma per superare la grana più difficile sul fronte economico da quando Renzi è a Palazzo Chigi, è stata necessaria molta decisione e qualche forzatura: alla fine la scelta è stata quella del rimborso «parziale». Anzi, come stabilisce il decreto legge di ieri, si tratta di una semplice «una tantum » che chiude i conti con il passato, una sorta di «concordato» con i creditori-pensionati. con un quarto, un settimo o addirittura un tredicesimo del dovuto. La cifra dell’ arretrato del 2012-2014 cui avrebbe avuto diritto il percettore-tipo con 3 volte e mezzo il minimo, circa 1.639 euro nel 2011, l’ ha indicata l’ Ufficio parlamentare di bilancio: ammonta a circa 3.000 euro. Questo stesso pensionato-tipo, intorno ai 1.700 lordi, evocati ieri da Renzi in conferenza stampa, avrà invece 750 euro di una tantum e stop. Un quarto del credito. «Bonus Poletti», lo ha chiamato Renzi, ma più che un bonus gli ha ricordato il sottosegretario all’ Economia Zanetti, apripista della soluzione parziale, è un «atto dovuto». Alcuni coveranno rabbia, altri si rassegneranno, altri ancora rinunceranno volentieri pensando al bilancio disastrato dello Stato, ma la decisione è stata presa. Naturalmente bisogna ricordare che non si tratta di assegni alti o da nababbi, sono ceti popolari con pensioni nette di 1.100-1.300 euro al mese, che tra affitto e bollette non navigano nell’ oro. Il governo tuttavia ha tentato l’ impossibile per stare all’ interno del dispositivo della Corte che si è preoccupata soprattutto di richiamare il principio di progressività, ovvero la tutela dei pensionati con assegni più bassi. In questo senso anche il bonus una tantum viene graduato: si restituirà di più alla fascia intorno ai 1.700 euro (750 euro), meno ai 2.200 (circa 450) e ancor meno ai 2.700 (278 euro) con rimborsi che arrivano tuttavia ad un quarto, un settimo o addirittura ad un tredicesimo dell’ arretrato. Sopra i 3.200 euro niente: in questo caso anche la Corte dava un via libera preventivo segnalando nella sentenza che i redditi più alti possono sostenere meglio l’ impatto sul costo della vita. Circa 650 mila resteranno comunque dunque a bocca asciutta. Non è detto che finisca qui. I sindacati sono insoddisfatti. La Spi-Cgil parla di «risposta parziale », la Cisl aggiunge «inadeguata » e la Uil dice che non risponde alle indicazioni della Consulta. Il Codacons annuncia ricorsi, l’ avvocato Riccardo Troiano, il legale dell’ azione presso la Corte, ha già pronta la carta bollata. Il ministro dell’ Economia non li esclude ma si sente sicuro della tenuta del decreto- pensioni: «Non so se ci saranno ricorsi, vedremo. Sicuramente se ci saranno dovranno tenere conto delle nuove norme». Oltre agli arretrati, è stata risolta la questione del 2014 e dell’ anno in corso. Per questo periodo non sembrerebbe previsto un recupero del trascinamento degli anni precedenti: tutto viene sanato con il bonus. Per il futuro? La scelta è stata quella di confermare il sistema-Letta, introdotto dal 2014 al momento di uscire dal blocco delle indicizzazioni di Monti. Non è una scelta irrilevante: si tratta di un sistema per «classi» di reddito meno costoso di quello pre-2011, che pure alcuni reclamavano, e che era disposto per «scaglioni» (esempio: chi prendeva una pensione di 1.700 euro, aveva diritto all’ indicizzazione piena per i primi 1400 euro e così via, un po’ come l’ Irpef). Secondo le cifre fornite ieri dallo stesso premier la nuova indicizzazione dovrebbe garantire per la pensione di 1.700 euro lordi circa 180 euro l’ anno di rivalutazione per il 2016, circa 15 euro al mese. «Un meccanismo più generoso di quello del passato », l’ ha definito Padoan che dunque dovrebbe migliorare i coefficienti di rivalutazione che oggi vanno dal 100 per cento per tre volte il minimo fino al 50 per cento per fino a sei volte il minimo. © RIPRODUZIONE RISERVATA Sopra i 3.200 euro niente rimborsi: circa 650 mila persone rimarranno a bocca asciutta.
roberto petrini
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