2 Ottobre 2015

Le gelaterie Grom passano a Unilever la multinazionale del cornetto Algida

Le gelaterie Grom passano a Unilever la multinazionale del cornetto Algida

TORINO . Il ragioniere e il gelataio vendono tutto agli olandesi, e un brivido (gelato, ovviamente) già percorre la schiena dei golosi: è una fuga, quella di Grom? Ne risentirà la leggendaria crema con pasta di meliga e granella di cioccolato Ecuador Arriba? La scommessa cominciata dodici anni fa con un capitale di appena 32.500 euro a testa, per Federico Grom (il ragioniere) e Guido Martinetti (il gelataio) è da ieri un’ acquisizione di Unilever, multinazionale anglo-olandese da 50 miliardi già proprietaria del marchio Algida. Nome popolarissimo, ma niente a che vedere, senza offesa, con il chilometro quasi zero dei gelati Grom, con l’ acqua di montagna e le uova biologiche, con i presìdi Slow Food, insomma con tutto quanto ha permesso a un minuscolo negozio torinese di diventare una catena di 64 punti vendita in tutto il mondo, persino a Dubai e Hollywood, Giacarta e Osaka, con oltre 600 dipendenti e sotto il segno di una qualità molto alta. Anche se lo slogan “il gelato come una volta” è costato una causa persa con il Codacons, perché Grom non è un prodotto artigianale. «Non abbiamo mai detto di esserlo». Però i dogmi ci sono: niente coloranti, conservanti, emulsionanti, aromi. E una bella mano dal premier Renzi, quella volta del carrettino a Palazzo Chigi in risposta all’ Economist: era, manco a dirlo, gelato di Grom. Un cono ma anche una moda, una griffe. I commessi che spalettano l’ extranoir all’ infinito, per poi appoggiarlo (con parsimonia) sulla cialda alla giusta cremosità, le code ordinate dei clienti ben oltre la porta d’ ingresso, i cartelli che vantano la filiera degli ingredienti. «Voglio fare il gelato più buono del mondo », disse Martinetti a Grom dopo avere letto un articolo di Carlin Petrini: detto, fatto e leccato. Nel 2002 bisognava trovare i soldi per partire: l’ enologo e figlio di papà Martinetti li aveva (suo padre Franco è un grande produttore di vini), l’ amico Grom (figlio di un profugo fiumano, ecco il perché di quel cognome che già pareva un marchio) invece no, così se li fece prestare dalla banca. La prima bottega di piazza Paleocapa, vicino alla stazione di Porta Nuova, venne inaugurata con mille corse e spatolate nel cuore della notte, ma poi è stata tutta discesa, oltre che una formidabile intuizione finanziaria. Il gelato tira da matti in tutto il pianeta, e renderlo “glocal” è stato un uovo (biologico) di Colombo. Non sono dei volgari montatori di panna, Martinetti e Grom. Si conoscono durante il servizio di leva, oggi hanno 41 e 42 anni, Martinetti assomiglia a Jude Law e Berlusconi lo vorrebbe sindaco di Torino nel 2016. Grom è meno mediatico, lui è l’ uomo dei conti. Che tornano: 27 milioni di euro di fatturato nell’ ultimo esercizio, e si conosce la cifra altissima che sta dietro la clamorosa operazione: 40 milioni di euro. Martinetti e Grom resteranno amministratori delegati per i prossimi dieci anni, sta scritto sul contratto, e i muri delle gelaterie di proprietà rimarranno loro, così come l’ azienda agricola Mura Mura: fichi, albicocche, pere e pesche quasi come quelle dei nonni. «La produzione resterà a Torino», giurano i due amici che la multinazionale padrona chiama confidenzialmente, nel comunicato ufficiale, solo col nome di battesimo: «Il marchio continuerà ad essere gestito da Federico e Guido nella sede torinese». Ma il timore che non sia del tutto vero rimane. Nessun amante del gelato vuole infatti pensare che un cono di Grom possa essere non diciamo fratello, ma neppure lontano cugino di un Magnum o di un Cucciolone, altri prodotti (confezionati) della casa madre. Va bene un cuore di panna. Ma quella morbida come una nuvola in cima a un bel cono è meglio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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