25 Maggio 2021

Le denunce per lo scandalo delle ceneri Il giudice: «Impossibile trovare il Dna»

Il  giudice  dell’udienza  preliminare  del  tribunale  di  Biella  ha  disposto  l’archiviazione  delle  tante  denunce  (circa  480)  sporte  dai  familiari  degli  altrettanti  morti  le  cui  salme  furono  bruciate  nel  forno  crematorio  del  capoluogo  di  provincia  piemontese.  La  vicenda,  lo  ricordiamo,  riguardò  anche  la  cremazione  di  230  comaschi  finiti  da  quelle  parti  perché  l’impianto  del  cimitero  monumentale  di  via  Regina  aveva  smesso  di  funzionare.  Per  quei  fatti  lo  scorso  ottobre  erano  stati  condannati  cinque  anni  di  carcere  due  fratelli  che  gestivano  l’impiantoimpianto,  accusati  di  avere  bruciato  più  bare  insieme  le  une  con  le  altre,e  di  averlo  fatto  al  fine  di  aumentare  resa,  produttività  ricavi  del  loro  business.  La  Procura,  al  culmine  dell’indagineindagine,  aveva  recuperato  circa  320  chili  di  cenere  ossa  poi  affidati  all’anatomopatologa  Cristina  Cattaneo,  dalla  cui  consulenza  era  emerso  trattarsi  di  resti  umani.  Le  verifiche  di  laboratorio  Secondo  l’esperta  della  procura,  però,  l’identificazione  di  quei  resti  non  sarebbe a  mai  possibile,  neppure  attraverso  l’estrazione  del  Dna.  «Considerate  le  alte  temperature  a  cui  un  corpo  viene  esposto  durante  la  cremazione  e  quanto  gli  studi  in  letteratura  definiscono  a  riguardo,  l’estrazione  e  la  caratterizzazione  del  Dna  da  corpi  altamente  combusti  risulta  essere  difficoltosa  – ha  scritto  l’anatomopatologa  nella  sua  consulenza  -, altamente  improbabile  da  resti  cremati.  In  aggiunta,  poiché  la  molecola  si  presenta  degradata,  possono  insorgere  ulteriori  problemi  durante  le  indagini  genetiche.  Tra  questi,  il  potenziale  rischio  di  contaminazione  e  la  possibilità  di  estrarre  Dna  esogeno,  non  appartenente  al  soggetto  cremato».  La  class  action  del  Codacons  Ad  essere  qualificate  come  persone  offese  sono  stati  soltanto  i  parenti  di  pochi  defunti  le  cui  bare  compaiono  nelle  immagini  a  suo  tempo  riprese  dalle  telecamere  nascoste  dei  carabinieri  nel  corso  della  loro  indagine:in  qualche  circostanza  i  filmati  mostrano  infatti  i  numeri  identificativi  delle  bare,  potendosi  così  identificare  con  assoluta  certezza  anche  le  singole  salme.  Ma  sono rari,  la  maggior  parte  di  quei  resti  è  destinata  a  rimanere  anonima  per  sempre.  Era  stato  li  Codacons  ad  avviare  una  sorta  di  class  action  tra  i  parenti  delle  vittime,  inducendo  molti  di  loro  ad  affidare  le  urne  in  cui  avrebbero  dovuto  essere  custodite  le  ceneri  dei  propri  congiunti  a  un  laboratorio  di  genetica  indicato  dall’ex  generale  del  Ris  dei  carabinieri  Luciano  Garofalo.  Il  laboratorio  chiese  a  ogni  nucleo  familiare  la  somma  di  2.400  per  poter  procedere  alle’strazione  del  Dna  e,  quindi,  al  raffronto  con  quello  dei  parenti,  per  confermare  o  meno  che  si  trattasse  davvero  delle  ceneri  di  un  congiunto  e  non  di  un  estraneo.  Non  è  bastato  a  convincere  il  tribunale.

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