14 Gennaio 2002

Le case discografiche all´attacco dei «pirati»

CREATI CD CHE NON POSSONO ESSERE COPIATI NE´ TRASFORMATI IN MP3. LA PHILIPS: GLI ATTUALI SISTEMI NON HANNO FUTURO

Le case discografiche all´attacco dei «pirati»

Eccolo lì: lucente e odoroso di nuovo, cinque ragazzotti biondi in copertina e un cielo nuvoloso sul retro. Diciassette brani, nel libretto un diluvio di parole per spiegare chi ha prodotto, suonato, ispirato l`album; «World of our Own» è il terzo degli irlandesi Westlife, una delle tante boy band nate dopo la meteora Take That. Ma è anche uno dei primi cd che non si possono ascoltare sul computer, nè Windows né Macintosh; a volte il pc addirittura si blocca. Col lettore audio, invece, nessun problema, e anche la Playstation 2 non ha difficoltà. Da tempo le case discografiche stanno cercando di realizzare cd che non possano essere duplicati, per arginare il fenomeno sempre più diffuso della pirateria musicale. Le prime sperimentazioni, all`inizio dello scorso anno, si rivelarono fallimentari, ma la tecnologia si è evoluta rapidamente: oggi viene inibita, oltre alla copia, anche la trasformazione dei brani in file mp3, nel tentativo di ostacolarne lo scambio via Internet. Se i Metallica hanno avviato le battaglie legali contro Napster e i suoi cloni, il primo caso giudiziario avente per oggetto un sistema di protezione del copyright riguarda un cantante country. Quando, qualche mese fa, una signora americana inserì un disco di Charley Pride nel lettore del computer, le venne richiesto di connettersi ad un sito web. Solo fornendo i propri dati personali e una prova dell`acquisto avrebbe potuto scaricare i file mp3 del disco, che col proprio computer non era riuscita a creare. Oggi tutti i brani di «A tribute to Jim Reeves» sono reperibili in rete, e non si è ancora concluso il processo intentato dalla signora DeLise contro la piccola etichetta che pubblica il cd; l`esito potrebbe ridefinire le regole del copyright digitale. In gioco non è tanto la privacy, pur violata dalla richiesta di una sorta di schedatura, quanto la dottrina del «fair use», la possibilità di riprodurre per uso personale materiale soggetto alla normativa del diritto d`autore. Una possibilità tutelata negli Usa già da un regolamento del 1976 e ribadita nel Digital Millenium Act (DMA) del 1998, introdotto proprio per disciplinare la diffusione dei media informatici. Registrare un disco su cassetta, infatti, è ben diverso dal duplicare un cd, dal momento che la copia digitale è virtualmente identica all`originale. C`è poi un altro punto da sottolineare: non sempre questi cd riportano una dicitura che informi dei possibili malfunzionamenti. Anche per questo Klaus Petri, portavoce della Philips, intervistato dalla Reuters qualche giorno fa, ha dichiarato che «gli attuali sistemi di protezione dei cd non hanno futuro». E se l`avranno, con buona pace della Universal, che ha intenzione di adoperare le tecnologie anticopia su tutti i dischi pubblicati quest`anno, dovranno venire a patti con le esigenze dei consumatori. Persone qualsiasi, come gli inglesi che hanno manifestato davanti ai megastore di Virgin ed Emi, ottenendo che fossero ritirate dal commercio le copie protette dell`ultimo album di Natalie Imbruglia. Associazioni, come l`italiana Codacons, che invita gli acquirenti a chiedere il rimborso del prezzo d`acquisto nel caso i cd non fossero riproducibili con tutti i riproduttori ottici. Esperti di computer, come quelli di «Chip» e ««Pc-Welt», che annunciano in copertina a caratteri cubitali: «Geknackt!», scassinati, per introdurre una dettagliatissima guida alla copia dei cd audio. Formalmente, le due riviste tedesche compiono un`apologia di reato, perché chi viola i sistemi di protezione dei media digitali è punibile penalmente e civilmente; ma negli Usa già si moltiplicano le richieste di emendamenti al DMA che ristabiliscano il principio del «fair use». Nel frattempo si è arrivati al paradosso che un cd legalmente acquistato deve essere illegalmente copiato per diventare compatibile con tutti i lettori. Il cd pirata, una volta corrette le alterazioni introdotte dai software anticopia, non sarà più quello che Petri definisce un «pezzo di plastica argentata che contiene musica», ma un prodotto potenzialmente conforme allo standard Red Book, fissato vent`anni fa da Sony e Philips: non fosse contraffatto, riporterebbe il consueto logo «cd digital audio». Che c`è sulla custodia di «World of our Own», ma non sul disco.

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