4 Settembre 2002

LE ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI NELLA BARUFFA

Marciano divisi più che mai verso il secondo sciopero dei consumatori fissato per il 12 settembre. Non è che i rapporti tra le 14 associazioni di consumatori fossero idilliaci prima dello scontro sulla strategia da adottare nei confronti dell?impennata dei prezzi. Legami politici e sindacali, interessi economici e un certo grado di improvvisazione hanno finito per indebolire il movimento consumerista nostrano, uno dei più frammentati del mondo occidentale. E così la divisione latente, che c?è sempre stata, è diventata palese in questi ultimi giorni. Due i “partiti“ che si fronteggiano. Da una parte l?Intesa, guidata dalla Federconsumatori-Cgil di Rosario Trifiletti, il “Cofferati“ dei consumatori, cui aderiscono l?Adusbef di Elio Lannutti (vicino all?Italia dei valori), il Codacons dell?avvocato Carlo Rienzi e l?Adoc-Uil. Le quattro associazioni hanno appena firmato un accordo con la Confesercenti volto a calmierare i prezzi e sono molto presenti sui mass-media.

Un “partito“ e otto organizzazioni

Sul fronte opposto ci sono altre otto organizzazioni, tra cui l?Unione nazionale consumatori, la più antica associazione sorta in Italia, l?Adiconsum-Cisl, Cittadinanzattiva che è dotata di una vasta rete di “procuratori“ locali, e altre sigle, come Lega consumatori-Acli, meno presenti su stampa e televisione, ma molto attive sul territorio. Rimane fuori dagli schieramenti il Comitato consumatori-Altroconsumo ritenuta più un?impresa che un?associazione vera e propria.

Da sottolineare che, tranne l?Adusbef, le organizzazioni sono raccolte nel Consiglio nazionale dei consumatori istituito presso il ministero per le Attività produttive. Un organismo che nasce da una legge dello Stato e che rischia di essere svuotato dalle scelte del ministro Marzano, che finora non ha mai convocato il Consiglio e non ha ancora rinnovato la carica di presidente, ricoperta fino a giugno da Anna Bartolini. Va detto che l?inserimento nel Consiglio nazionale garantisce anche un finanziamento per attività editoriali. Ma il grosso delle risorse alle associazioni arriva dai progetti dell?Unione europea, di qualche ministero e perfino dagli sponsor che finanziano le campagne di educazione alimentare.

Per non parlare dell?originale quanto redditizia forma di finanziamento sperimentata da qualche organizzazione che utilizza la sua estesa rete di studi legali per intentare cause a grandi aziende e società di servizi, salvo poi giungere a fruttuose transazioni milionarie.

Dal 1998 esiste una legge che assegna compiti e poteri, e definisce i criteri minimi per essere ammessi nel Consiglio nazionale dei consumatori. Tra questi criteri ci sono il numero degli iscritti e la presenza in almeno cinque Regioni. Con l?eccezione del Centro tutela consumatori di Bolzano, ogni associazione deve certificare come minimo 30.000 iscritti, che possono versare anche quote simboliche, perché la legge non dice di più. Un po? di conti, e si scopre che gli iscritti sono 800.000.

La legge non dice nulla sugli standard professionali delle associazioni. Basta esistere da tre anni. In compenso è possibile attingere al finanziamento previsto per l?editoria promossa dalle associazioni, circa 500.000 euro. Tra i poteri assegnati dalla legge c?è la possibilità di far causa per difendere interessi collettivi dei clienti. Possono impugnare le clausole vessatorie presenti nei contratti di compravendita ed esprimono pareri su proposte di legge che riguardano i diritti dei consumatori. Numerose sono le battaglie già vinte.

Ma ora le divisioni e qualche relazione ambigua rischiano di indebolire l?intero movimento. Per questa ragione la Coalizione per i consumatori ha varato un vero e proprio manifesto delle associazioni con l?intento di rendere più trasparente e più aderente alle nuove sfide il movimento consumeristico italiano.

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