8 Maggio 2002

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha presentato la Relazione sull’attività svolta nel corso del 2001

RELAZIONE SULL’ATTIVITA’ NEL 2001

Il giorno 8 maggio 2002, presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha presentato la Relazione sull’attività svolta nel corso del 2001.
Il prof. Rodotà, Presidente dell’Autorità, ha tracciato il bilancio sullo stato di applicazione della legge n. 675/1996 dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore. Nel discorso di presentazione è stata data voce alle istanze dei cittadini che richiedono il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, della libertà esistenziale, anche nella sfera pubblica.
Numerosi sono stati i temi affrontati, tra questi il problema dell’esercizio concreto dell’attività di informazione e del diritto di cronaca, del necessario rispetto da parte dei giornalisti della dignità degli interessati senza insistere sui dettagli intimi, soprattutto quando sono coinvolti dei minori, gli ammalati o le vittime di violenze sessuali.
Il Presidente, poi, ha rilevato l’anomalia italiana della conservazione dei dati telefonici: "qualche gestore, in base ad improprie interpretazioni di magistrati, è indotto a conservare i dati per dieci anni. Non è azzardato, allora, dire che ci si avvia verso una soglia di 500 miliardi di informazioni personali conservate, considerando le sole chiamate in uscita." Se è vero, infatti, che custodire i dati di traffico può aiutare a scoprire, anche a distanza di molto tempo, i responsabili di atti criminali "si può fare un uso di massa delle tecnologie del trattamento dei dati trasformando tutti i cittadini in potenziali sospetti?".
La delicatezza delle problematiche legate al mondo delle telecomunicazioni, della telefonia, dell’impiego degli sms, di internet, dei newsgroup e delle chat line, ha mosso poi il Garante a sottolineare l’esigenza di un elevato livello di garanzie, "come chiedono con insistenza moltissimi utenti e come fanno con benemerite iniziative le associazioni dei consumatori". L’Autorità ha monitorato circa 650.000 siti web operanti in Italia per verificare le loro effettive politiche di privacy e l’uso di software per la raccolta automatica di dati.
E’ emerso che viene svolta un’intensa attività di profilazione di massa dell’utenza web con modalità criticate in sede europea.
E’ stato in seguito ricordato il tema della videosorveglianza, della raccolta di impronte digitali da parte delle banche, dell’uso di sistemi di controllo basati sui dati biometrici (iride, riconoscimento facciale, dati genetici), per rispondere ad invocate ragioni di sicurezza.
L’adozione di queste tecnologie di verifica dell’identità personale, però, deve essere valutata in correlazione con i problemi legati al "furto di identità"; si può facilmente immaginare cosa comporterebbe l’appropriazione illegittima dei dati biometrici di una persona: l’interessato "verrebbe escluso da tutti i circuiti che condizionano l’accesso a quel particolare sistema di identificazione".
Per questi motivi il Parlamento non può rimanere assente, ha sottolineato il prof. Rodotà, di fronte ai mutamenti quantitativi e qualitativi delle raccolte di informazioni personali.
Il Presidente, poi, ha richiamato le novità introdotte dal decreto legislativo n. 467 del 2001: la semplificazione di alcuni adempimenti, l’eliminazione di sanzioni penali, l’individuazione di garanzie per i dati "semisensibili", e la promozione di codici di comportamento in settori come internet, direct marketing, videosorveglianza, credito al consumo, previdenza e rapporti di lavoro, archivi pubblici.
Sono stati forniti, inoltre, i dati sull’attività svolta nel 2001: 211 ricorsi, 4.295 segnalazioni e reclami, 1.755 quesiti, 81 pareri e 7.000 informazioni telefoniche, 2.327 atti e provvedimenti relativi a segnalazioni e reclami. Il Garante, infine, ha anche ricordato le inadempienze degli enti locali circa i regolamenti sul trattamento dei dati sensibili ed ha poi sottolineato il bisogno mondiale di discipline normative uniformi affinché il cittadino non debba subire la degradazione da persona ad oggetto, a fonte di dati, una "miniera" a cui attingere liberamente.

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