L’aumento dell’Iva punisce i più poveri
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fonte:
- Libero
«Una speranza per gli
italiani». Così il ministro
dell’Economia, Vittorio Grilli,
ha definito la legge di stabilità
varata la scorsa settimana dal
governo. Il riferimento, ovviamente,
è al mini taglio di un
punto di Irpef delle aliquote
previste per gli scaglioni di reddito
fino a 28mila euro l’anno.
«A regime», ha spiegato, «con la
nostra manovra rimettiamo 6
miliardi di euro nelle tasche degli
italiani e ne riprendiamo 1,2
attraverso la riduzione delle detrazioni
».
Il problema è che tra gli italiani
di cui parla Grilli ci sono
anche 8-10 milioni di contribuenti
vicini alla soglia di povertà
che della riduzione delle
tasse dirette, così come del taglio
delle detrazioni, se ne fanno
un baffo, perché già non le
pagano. Si tratta degli incapienti,
che con entrate da pensione
o da lavoro fino a 8mila
euro appartengono alla cosiddetta
no tax area. Il fisco, anche
nel 2013, continuerà a non
bussare alle loro porte. Al banco
della frutta o dal benzinaio,
però, non sono previsti sconti
di sorta. Ed è proprio qui che
saranno dolori.
Il governo, con un po’ di faccia
tosta, ha inserito alla voce
Iva una diminuzione di gettito
di 3,2 miliardi, considerando
già acquisito il previsto aumento
di due punti percentuali e
fingendo, ai fini dei saldi della
manovra, di aver tagliato anche
lì. In realtà, l’incremento di un
punto previsto in manovra per
le aliquote del 10 e del 21%
comporterà una ulteriore bastonata
su tutte le famiglie italiane,
comprese quelle che non
hanno alcuna compensazione
sul fronte dell’Irpef come gli incapienti,
di 3,28 miliardi nel
2013 e di altri 6,56 miliardi l’an –
no per 2014 e 2015. In tutto si
tratta di uno scherzetto da 16,4
miliardi cumulati sul triennio.
Il governo ci ha tenuto a sottolineare
che i beni di prima
necessità resteranno esclusi
dagli aumenti. Ma la consolazione
è assai magra. Se pane,
pasta e frutta resteranno tassati
al 4% i rincari riguarderanno
sia prodotti di largo consumo
come acqua, vino, succhi di
frutta, caffé, bevande (oggi al
21%) sia prodotti che è difficile
definire non essenziali, come la
carne, le uova, lo zucchero e il
riso (oggi al 10%). Oltre a questo,
anche uno studente del
primo anno di economia sa
perfettamente che l’aumento
delle imposte indirette sui carburanti,
sull’energia e sui servizi
si ripercuoteranno a cascata
su tutto il settore produttivo.
Così come peseranno sulle imprese
l’aumento definitivo
dell’accise sulla benzina deciso
dopo il terremoto in Emilia
(circa un miliardo l’anno) la
nuova imposta di bollo sulle
transazioni finanziarie (la tobin
tax, da cui il governo prevede di
incassare circa un miliardo
l’anno), l’aumento dell’acconto
sulle riserve tecniche delle assicurazioni
(623 miliardi l’anno),
la stretta sulla deducibilità delle
auto aziendali (453 miliardi
l’anno), la stretta sulla deducibilità
fiscale degli ammortamenti
(200 miliardi nel 2013,
800 nel 2014 e 500 nel 2015) e il
taglio alle agevolazioni delle
società agricole (circa 70 miliardi
l’anno). Tutti costi che,
inutile dirlo, saranno scaricati
inevitabilmente sull’utente finale.
Codacons e Confcommercio
hanno calcolato che
l’aumento dell’Iva a regime
avrà un impatto sull’inflazione,
e quindi sul costo della vita, che
oscilla dallo 0,7 ad oltre un
punto percentuale, che si andrà
ad aggiungere a quello già
previsto in base all’andamento
ciclo economico. Il risultato,
secondo il Codacons, sarebbe
di un incremento delle spese
per ogni famiglia di quasi 380
euro. Anche al netto degli aumenti
indiretti, comunque,
l’aggravio calcolato dalla Cgia
di Mestre per l’Iva maggiorata è
di 23 euro nel 2013 e di 47 dal
2014 per il contribuente sotto
gli 8mila di reddito senza famigliari
a carico. Per chi si è permesso
il lusso di mantenere
una famiglia (moglie e un figlio)
l’esborso sale a 40 e 60 euro.
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