5 Gennaio 2012

«Febbre e linfonodi al seno per quelle protesi francesi»

«Febbre e linfonodi al seno per quelle protesi francesi»

 
 
È un calvario che non sembra avere fine quello di Anna, una giovane mamma di 36 anni che abita in provincia di Rovigo, e che da anni sta vivendo tra febbre, dolori, antinfiammatori e ospedali per colpa delle protesi francesi Pip, contenenti silicone di scarsa qualità con le quali almeno 35mila donne in Italia in queste ore si ritrovano a dover fare i conti e pensano all’ espianto, dopo l’ allarme e il censimento lanciato del ministero della Salute. Anna (il nome è di fantasia per tutelare la sua privacy) è una di queste e nonostante tutto riesce ancora ad avere il sorriso sulle labbra. Ha accettato di raccontare la sua storia, fatta di ostacoli, paura e rabbia e di risposte non date. «Ho deciso di fare l’ intervento per motivi estetici nel 2002 in una delle migliori cliniche di Milano. Non è stato un trattamento a basso costo. Sono entrata con una seconda per uscire con un seno semplicemente più pieno». Un intervento ben riuscito, ma che ha avuto conseguenze insospettabili per Anna, che dal 2008 si trova ad dover convivere con grossi problemi di salute. «Nessuno ha mai voluto darmi voce fino a quando non è scoppiato lo scandalo. Nel 2008 ho iniziato ad avvertire i primi problemi, ma non mi sono allarmata subito. Una sera, poi, ho deciso di fare una ricerca su internet, per confrontarmi con altre donne che avevano subito questo intervento e invece mi sono trovata di fronte a una notizia sconvolgente. Un sito francese parlava delle Pip e della loro pericolosità». In attimo la vita di Anna è cambiata, tutto il suo mondo ha iniziato a essere illuminato da una luce completamente diversa e la paura ha preso il sopravvento. «Ho chiamato il mio chirurgo plastico. Mi ha risposto che era solo allarmismo, che non dovevo preoccuparmi il tutto senza nemmeno visitarmi. Dopo un po’ di tempo, però, le ghiandole si sono gonfiate e ho fatto una mammografia la quale non ha rilevato nulla». Tutto continuava a tingersi con tinte sempre più scure, per Anna, che non riusciva a trovare risposte al suo malessere. Da una parte un chirurgo che dava la colpa al ciclo mestruale e dall’ altra analisi che non rilevavano nulla di significativo. «Nel 2010 ho avuto la prima febbre e sono tornata in ospedale per un’ ecografia mammaria dalla quale è emerso un piccolo linfonodo. Il medico, che non sapeva quali protesi io avessi, mia ha detto che la problematica era legata proprio a loro. Ho dovuto fare subito una risonanza magnetica dalla quale è risultato che non ci sono rotture nelle protesi. Però mi hanno trovato linfonodi di un centimetro in tutti e due i cavi ascellari e altri problemi collegati proprio dalle Pip. Le protesi trasudano per loro natura, mi chiedo di cosa siano fatte». Anna non si è persa d’ animo e ha trovato, comunque, la forza di andare avanti: «Sono fortunata, non ho il cancro e questo mi permette di avere ancora un piccolo sorriso». Ma per la giovane mamma ora inizia una nuova fase, fatta ancora di incertezze e preoccupazioni: «Entro il mese dovrò toglierle. Il mio chirurgo ha iniziato a «preoccuparsi» dicendomi che orami sono vecchie (9 anni) e che è arrivato il momento di toglierle, ma non ammette che le Pip sono pericolose per la salute. Nel 2008 me le aveva garantite per 20 anni. L’ intervento non è gratuito, e non è vero che lo Stato copre le spese per l’ espianto. Oltretutto l’ intervento avverrebbe in un ambulatorio con un’ anestesia locale». E dopo la salute, Anna, pensa anche alla giustizia: «Mi sono rivolta al Codacons per fare causa contro l’ azienda francese che le produceva. Ditta ormai chiusa». Quello che ferisce, sono anche i pregiudizi della gente che, ignorante, non vede oltre il suo naso: «È nato un gruppo di donne alle quali sono state impiantate le Pip su Facebook. C’ è paura e vergogna tra loro. Non è giusto. Io non ho perso la fiducia nei medici, ma vorrei tanto che qualcuno analizzasse le mie protesi dopo che le avrò tolte. E poi vorrei capire a quanto le vendeva l’ azienda fiorentina che le ha immesse nel mercato italiano quando in America sono sempre state bandite dato che non avevano raggiunto i più alti requisiti per l’ impianto sul corpo umano». © riproduzione riservata.

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