L’altra faccia della medaglia: “Così mio padre rischiò di morire”
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fonte:
- Modena Qui
«Sette giorni in quel reparto ma nessuno mi veniva a vedere e stavo lentamente morendo.
Poi vennero i medici della chirurgia vascolare e dopo una risonanza magnetica videro che avevo un aneurisma all’aorta e non i postumi di un infarto».
E’ una testimonzianza sconvolgente, l’altra faccia della medaglia rispetto a quelle pubblicate poco sopra, a riportare alla cronaca il calvario di un paziente che nel 2004 è stato ricoverato presso il reparto di Cardiologia del Policlinico di Modena.
Un altro caso ‘scomodo’ segnalato al Codacons di Modena, la fotografia di una storia che va ad accodarsi agli altri interventi sospetti che hanno gettato la Cardiologia nella bufera.
E’ il figlio di questo paziente a raccontare l’odissea di suo padre (oggi 74enne e che chiameremo col nome di fantasia di Mario), mostrandoci anche una lettera scritta di suo pugno e che ripercorre quei giorni atroci.
«Era il 26 aprile del 2004 quando mio padre ha sentito come una coltellata alla schiena.
Successivamente, chiamato il 118, è stato portato in cardiologia dove è rimasto per una settimana».
Un infarto per cui era necessario liberare le vene ostruite: questa la diagnosi dei medici di chirurgia dopo sette giorni di esami che resero necessaria una sola scelta: operare immediatamente.
«I dottori hanno aperto le vene di mio padre perché convinti si trattasse di infarto ma poi abbiamo scoperto, e ce l’ha confermato anche un nefrologo, che diversi valori del sangue, su tutti la creatinina, escludevano un intervento del genere».
Il figlio del signor Mario, poi, continua a raccontare le tappe successive dell’odissea di suo padre immediatamente dopo essere stato dimesso dal primo intervento: «Mio padre non orinava più, i piedi avevano iniziato ad andare in cancrena finché una mattina si è trovato addirittura un dito nel calzino dopo che si era staccato dal piede.
Abbiamo riportato subito mio papà all’ospedale appena dopo Natale perché qualcosa non andava».
‘Perché non va dal suo dottore personale?’: questa la domanda agghiacciante che il signor Mario si è sentito rivolgere da un medico del reparto di chirurgia davanti alla sua situazione ‘al limite’ e che suo figlio ci racconta come se fosse oggi.
«Abbiamo portato mio padre in ospedale e dopo una settimana sono intervenuti finalmente i medici della chirurgia vascolare che sconvolsero la prima diagnosi».
E cioè un aneurisma all’aorta, non un infarto.
«Mio padre fu immediatamente operato dal dottor Gioacchino Coppi che gli salvò la vita bypassandogli l’aorta ma le conseguenze per lui furono tremende ed oggi è vivo solo per miracolo».
Due anni di dialisi.
Cinque dita dei piedi amputate.
La perdita del 60% della funzionalità renale.
Questo il calvario del signor Mario nei due anni successivi.
«Ci siamo rivolti al Tribunale del malato ma ci sconsigliarono di proseguire perché in assenza di un medico che testimoniasse non era possibile fare causa.
Mio padre non vuole soldi per il torto subito ma speriamo che la sua storia, ora che ne sono venute fuori altre, possa servire a fare chiarezza».
Era il 2004.
Sono passati sette lunghi anni dal calvario del signor Mario, un salto nel passato che getta inevitabili dubbi su come nel caso degli ‘interventi sospetti’ al reparto di cardiologia ci sia ancora tanto da scavare e, soprattutto, da capire.
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