16 Maggio 2013

LA VIOLENZA EVITABILE

LA VIOLENZA EVITABILE

di giuseppe toti.
N on se ne può più. Una città ostaggio di una partita di calcio, spettro che si aggira da un mese e che non ci abbandonerà chissà per quanto tempo ancora. Ieri pomeriggio è toccato persino al Tar intervenire sulla finale di Coppa Italia e confermare la data del 26 maggio e l’ orario delle 18 per il derby tra Roma e Lazio. Chiamato a discutere il ricorso – ultima protesta formale in ordine di tempo – presentato dal Codacons, che chiedeva di riportare alle ore 21 il fischio d’ inizio per la concomitanza con le elezioni amministrative, il tribunale amministrativo regionale ha deciso di non sparigliare le carte, scrivendo – forse – l’ ultimo capitolo di questa deprimente vicenda. Dunque si giocherà il 26 alle 18. Ma in che modo stiamo andando incontro a un evento subito trasformato in un incubo? Dall’ inizio di aprile (quasi) non si parla d’ altro. Con toni accorati e sempre più preoccupati, a dimostrazione che è soprattutto la paura – più di ogni altro stato d’ animo – a muovere i tanti personaggi coinvolti e le scelte operate, dopo settimane di tormenti e discussioni. Ma com’ è possibile che questa città e, di conseguenza, una comunità intera diventino schiave di una partita, pur «particolare», come Roma-Lazio? Com’ è possibile che ogni dichiarazione – dei rappresentanti delle istituzioni dello Stato fino a quelle dei dirigenti sportivi – si fondi principalmente sull’ angoscia (per non dire terrore), sull’ idea di «inevitabilità» degli incidenti tra due domeniche? Com’ è possibile questa sorta di «arrendevolezza» a priori, di spaesamento senza soluzioni, di balbettii interminabili a fronte di una situazione da prendere invece di petto senza titubanze? Sgomenti, siamo costretti ad assistere a un balletto che si protrae da quaranta giorni. Da quando gli scontri all’ ultimo derby di campionato – lo scorso 8 aprile, un lunedì sera – hanno scaraventato di nuovo sul tavolo la questione della sicurezza e l’ opportunità di far giocare in notturna una partita a così alto rischio. Sembra incredibile, eppure è stata proprio la prefettura, il giorno successivo agli incidenti fuori dell’ Olimpico, con una lettera di cui il nostro Rinaldo Frignani ha dato conto ieri sulle nostre pagine e in cui si parlava di «soggetti violenti e fuori da ogni controllo», a lanciare non solo l’ allarme (più che comprensibile) ma pure la necessità di spostare ad altra data la finale di Coppa Italia. Non è dato sapere cosa l’ abbia poi spinta a ripensarci. Fatto sta che nelle settimane successive, si è stabilito lo svolgimento del derby per il 26 maggio anticipando però l’ orario: alle 18, appunto, anziché alle 21. Tentennamenti gravi, a nostro avviso. In cui si sono infilati la Rai, la Lega calcio (che spingevano per la notturna, cercando così di garantire i propri interessi economici) e le due società. Tentennamenti ai quali ha cercato di porre fine pure l’ ex ministro dell’ Interno Annamaria Cancellieri («Mai più un derby di notte», disse), prima che i sindacati di polizia e il Codacons sollevassero, nei giorni scorsi, nuove proteste. Insomma andiamo incontro a questa finale come fossimo tutti delle vittime sacrificali. Idea inaccettabile per Roma e per ogni città civile che si rispetti. Se davvero li inquieta a tal punto la gestione dell’ evento, allora – magari – dovevano trovare il coraggio di farla giocare domenica all’ alba, questa finale avvelenata. E a porte chiuse. RIPRODUZIONE RISERVATA.
 

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