7 Gennaio 2009

La truffa – Tucker, emesse cinque condanne

 
Cinque condanne e decine di assoluzioni al processo Tucker, che si è celebrato a Rimini e che vedeva tra le parti lese anche molti umbri. La pena più alta, 11 anni e 4 mesi per truffa, è per il fondatore dell’ omonima azienda, Mirco Eusebi, 40 anni, romagnolo, che vendeva il dispositivo a forma di tubo di scappamento per auto che, sulla carta, avrebbe dovuto abbattere l’inquinamento dei gas di scarico e far risparmiare combustibile e costi per aziende e privati. E’ questo il verdetto di primo grado a Rimini, dopo 9 ore di camera di consiglio del collegio giudicante del tribunale, presieduto da Carlo Masini. Per Eusebi il pm Marino Ceriono aveva chiesto 15 anni di reclusione e altri 14 per la sua compagna di vita e di affari, Ivana Ferrara, che pure è stata condannata, a 10 anni e 10 mesi. Insieme a loro sono stati condannati altri dirigenti dell’azienda: a Simone Ambrogiani, Samuele Pierfederici e Osvaldo Salvi sono stati inflitti 9 anni e 4 mesi ciascuno. Sono stati assolti, invece, altri esponenti del gruppo dirigente, come Emanuele Baroni, Dario de Bon e Iano D’Altri. Assolti anche i circa cinquanta dipendenti-adepti che erano accusati di aver dato vita a singole truffe. Questa sentenza attribuisce le responsabilità della truffa Tucker a poche persone, in pratica Eusebi e i suoi stretti collaboratori, che comunque restano tutti in libertà in attesa dell’appello, che i loro difensori hanno già annunciato di voler presentare, sebbene prima debbano attendere il deposito della motivazione della sentenza. Circa duemila persone si erano costituite parti civili. Il processo è durato poco più di un anno. Il caso venne sollevato alcuni anni fa da “Striscia la notizia”: al Tg satirico di Canale 5 si rivolsero infatti alcune delle migliaia di persone truffate, tra le quali un buon numero di umbri. Secondo il Codacons vennero installati più di 14.000 dispositivi, al prezzo di 15 milioni di vecchie lire, per un giro d’affari di circa 200 miliardi. Eusebi e la compagna finirono in carcere l’8 ottobre 2002 per circa tre mesi e mezzo, più altri due mesi agli arresti domiciliari. Poi il Garante della Concorrenza e del Mercato, con una sentenza del 7 novembre 2002, stabilì che la pubblicità sul prodotto era ingannevole. Nel 2003 la Finanza sequestrò, su ordine del gip, immobili e auto riconducibili alla Tucker, per un valore stimato in oltre due milioni e mezzo di euro. Ora l’azienda è fallita e recentemente il Comune di Riccione ha dovuto far bonificare l’area allagata a proprie spese, riproponendosi di chiedere il rimborso al curatore fallimentare. La truffa, non solo nei confronti dei molti clienti, veniva attuata attraverso una rete di venditori “indottrinati” da Eusebi con metodi spesso definiti “da inquisizione” (come sede dei “corsi” era stato usato anche un agritursmo nel Ternano), dopo essere stati obbligati a pagare in media circa 8.000 euro per entrare nell’organizzazione: per rientrare da queste spese c’era spesso un’unica strada, fare a propria volta nuovi affiliati su cui rifarsi. I metodi per “convincere” raccontati al processo hanno riferito di particolari “convention” aziendali in cui un imprenditore era stato costretto a portare una croce sulle spalle e, tra gli altri, a una venditrice era stato imposto con la forza di rivivere la violenza sessuale subita ad opera del padre. La Tucker aveva sponsorizzato anche la nazionale azzurra di calcio.

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