25 Novembre 2019

La telenovela enti inutili 7 su 10 sono ancora attivi

LO SVILUPPO Lucilla Vazza Soppressione degli enti inutili, madre di tutte le lotte allo spreco di danari pubblici: dove eravamo rimasti? Che ne è stato del cavallo di battaglia della Lega e del Popolo delle Libertà, e poi di molti altri, che prometteva di usare la ghigliottina sulle miriadi di enti, piccoli, piccolissimi ma anche baracconi, che succhiavano il sangue alle casse pubbliche, senza di fatto avere una reale utilità che ne giustificasse l’ esistenza? Negli ultimi dieci anni, il tema è andato su e giù a seconda dei marosi politici del momento, con sforbiciate annunciate un po’ da tutti i governi e forze politiche, ma poi poco realmente praticate. Nell’ ultima nota al Def (Nadef 2019) nel capitoletto dedicato alle linee programmatiche per le autonomie si trova però un esplicito e secco riferimento all’ esigenza di sopprimere gli enti inutili (gli appassionati possono leggere a pagina 103 del documento). Non si specifica, però quanti e quali siano gli enti nel mirino. Sappiamo però che oggi gli enti devono seguire necessariamente i binari indicati dal Testo unico per le società a partecipazione pubblica (Tusp 175/2016), che contiene tutte le norme di riferimento. L’ IDENTIKIT La fotografia più chiara che abbiamo oggi è la deliberazione numero 23, depositata il 21 dicembre 2018 dalla Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti, che mette a fuoco tutta la casistica sterminata delle società a totale partecipazione pubblica da nord a sud. La relazione, che è una miniera di dati, va molto oltre il tutto sommato limitato orizzonte degli enti da tagliare, però a questi ci riferiamo, partendo da quelli non in linea con le norme del Tusp 2016 e che dunque dovrebbero essere liquidati. Un ventaglio di organismi inutili, perché «non svolgono servizi di interesse generale» e presentano i tre profili di criticità rilevati dal testo unico, cioè «perdite di esercizio in almeno 4 anni del quinquennio 2011-2015, fatturato medio del triennio 2013-2015 inferiore a 500mila euro, assenza di dipendenti o numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori». Tutte le amministrazioni pubbliche detentrici di partecipazioni (dirette o indirette) avevano l’ obbligo di effettuare, entro il 30 settembre 2017, la ricognizione di tutte le partecipazioni possedute alla data di entrata in vigore del decreto legislativo. Nonostante il 37% del totale delle società revisionate versi in almeno una delle situazioni che richiederebbero un intervento dell’ ente controllante, le amministrazioni hanno in realtà soppresso solo tre società su dieci. A finire nel setaccio almeno 119 organismi in difficoltà su tutti e tre i punti e che dunque andrebbero liquidati, la Lombardia in testa con 16 società inutili e onerose, che restano aperte. IL LUNGO CAMMINO Già nel 2012, una relazione impietosa della sezione Autonomie della Corte dei conti parlava di criticità, inadempienze, ritardi e paradossi: alcuni enti soppressi continuavano a esistere e addirittura ad assumere, con buona pace dei risparmi pubblici. I magistrati contabili elencavano una lista di 65 enti morti-non morti (ancora operanti sebbene in liquidazione da anni) degna di un film horror: Associazione Nazionale Controllo Combustione (soppressa nel 1979); Cassa Conguaglio Zucchero Gestione nazionale e Gestione stralcio per i rapporti comunitari pregressi (2000); la Cassa Mutua Provinciale per gli esercenti attività commerciali della provincia di Cagliari e Oristano (1978); l’ Ente Nazionale per l’ addestramento dei lavoratori del commercio (1978) e l’ Orfanotrofio Marina Militare di Napoli (1974). O il celeberrimo Ente nazionale per la cellulosa e la carta, nato nel 1935, per lo sviluppo della fabbricazione della cellulosa tramite materie prime nazionali; soppresso con un fitto articolato normativo nel 1994, ma ancora in liquidazione nel 2012. Eppure, qualche anno prima, nel 2008, in pieno furore anti-sprechi, il leghista Roberto Calderoli, padre delle misure anti burocrazia, annunciava la scomparsa di 34mila enti inutili «che bruciano risorse solo per sopravvivere». Un anno dopo per lo stesso Calderoli la cifra era scesa a 714. Seguiranno le cesoie di Monti, che puntava a recuperare 10 miliardi di risorse, eppure nel 2015, con Renzi presidente del Consiglio, il Codacons segnala la permanenza in vita di circa 500 enti inutili con soppressioni effettive di appena una cinquantina di soggetti. Sembra incredibile, ma la storia italiana fin dagli anni dell’ unità è storia di proliferazione di enti e tentativi di razionalizzarli, un esempio su tutti: l’ Unione edilizia nazionale soppresso con regio decreto-legge 24 settembre 1928, n. 2022 che ha continuato ad operare, seppur in liquidazione, per 70 anni e chiuso definitivamente solo nel 1998. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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