La «tassa» degli aumenti
Lo scandalo del caro-vita «inspiegabile»
Conviene insistere sull?aumento dei prezzi, perché qui bisogna fare qualcosa: stroncare gli aumenti ingiustificati e impedire che si ripetano. Sono sempre due le categorie fregate: i consumatori e i produttori. Che ci sia una differenza cospicua tra gli aumenti riscontrati dalle indagini ufficiali (l?Istat) e dalle indagini di categoria (Codacons, Coldiretti, Adusbef, Federconsumatori) è semplicemente uno scandalo: l?aumento non è un?ipotesi, è un dato, sta lì, tutti lo possono vedere. Un chilo di carote, sulla bancarella, costa circa un euro. Sui campi, al produttore, viene pagato 11 centesimi. Dal produttore al consumatore il prodotto subisce un aumento del 900 per cento. Pazzesco. Perché un salto del genere? Un buon governo deve avere una risposta. Al produttore, la carota viene pagata quest?anno il 65 per cento in meno dell?anno scorso.
Perché al consumatore non costa il 65 per cento in meno? Anche qui, una risposta ci vuole. In Veneto, Friuli, Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige, Lombardia, e in altre tre regioni d?Italia, gran parte dell?aumento dei prezzi dei prodotti agricoli viene spiegata con l?aumento dell?assicurazione. Tutte le assicurazioni aumentano. Ce ne accorgeremo fra poco con l?assicurazione auto. Ma i produttori assicurano (quando lo fanno) i prodotti esposti in superficie: le carote crescono sotto terra, e non sono assicurate.
Quand?ero studente, vivevo in una cameretta con tre colleghi vicino all?università, a 50 chilometri da casa. Pagavo 40 lire un chilo di mele che mio padre contadino vendeva a 5 lire. In 50 chilometri il prodotto-mela moltiplicava per otto il valore iniziale. Ma oggi le carote lo moltiplicano per nove. Il prodotto alimentare è svilito nelle mani di chi lo produce, è oro nelle mani di chi lo vende. Qui si potrebbe anche vedere un fallimento della Coldiretti, o una sua impotenza. Sto guardando un foglio nazionale, che riporta il divario dei costi dal produttore al venditore finale, e non riesco a crederci: cetrioli » 483 per cento, zucchini » 567 per cento, limoni » 416 per cento.
Il dominio della borghesia dei mercanti sulle categoria dei produttori, inaugurato con l?età dei comuni, si fa schiacciante: è la morte dei coltivatori diretti. Gli intermediari agiscono subito, appena hanno il prodotto in mano. Fanno così con tutto, a partire dal petrolio. Gli Stati Uniti minacciano guerra all?Iraq, e tanto basta: il costo del petrolio è già salito, in previsione che l?Iraq strozzi le esportazioni. Dal punto di vista dei prezzi, è come se la guerra fosse già scoppiata. Abbiamo visto come vanno queste cose: quando un aumento è scattato, magari per sbaglio, poi non scende più.
Gli ombrelloni sono cresciuti del 10-15 %. Venezia e Trieste sono le città dove i prezzi sono saliti di più, ma bisogna dire che città minori ma importanti come Trento, Bolzano, Padova, Treviso, Vicenza, Verona, Belluno, Udine, Varese, e tante altre, non rientrano tra le città-campione continuamente monitorate. Male. Sono città a for te consumo e ad alta circolazione di denaro, dove i balzi dei costi sono paradossali. Adesso le famiglie si preparano alle spese scolastiche. Quaderni, diari, zainetti, biro, astucci, vocabolari, tutto è cresciuto: i venditori dicono che è cresciuto del 5 %, gli acquirenti sostengono dal 10 fino al 29 % in più.
La scuola è un vaccino contro l?ignoranza. Quindi un diritto irrinunciabile. Se questo diritto costa 200 euro in più, è come se la famiglia pagasse una nuova tassa, non dichiarata ma reale e ineludibile. Ci sono famiglie che tracollano per questo. Hanno il diritto di sapere se gli aumenti sono inevitabili e giustificati, o se si possono controllare e correggere. Ma fra tutti i diritti, il più sacrosanto è che il calcolo ufficiale dell?inflazione e del costo della vita sia oggettivo e credibile: se no, è come patire, oltre al danno, le beffe.
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