La silenziosa secessione del governo Berlusconi
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fonte:
- Rinascita
Nell’Italietta bipolarizzata progettata da Gelli e realizzata da Berlusconi e Veltroni, con l’aiuto dei faccendieri dei palazzi, tutto è possibile, tutto è realizzabile senza colpo ferire. La puzza nauseabonda del regime è diventata un odore normale che non allarma nessuno. L’antisistema italiano, da tempo ormai fratello servile del sistema, ha esaurito il suo compitino e si è ritirato sull’Aventino dorato dell’intellettualismo onanistico, per poi ripresentarsi alla prossima chiamata, sventolando consunti antifascismi o sgualciti pericoli rossi o, meglio ancora, farfugliando antipolitica lenitiva. Anche la religione ciampista dell’ unità nazionale di comodo (nata a bordo del Britannia) esibita in occasione di spettacoli e gare sportive con tanto di mano sul cuore ed inno di Mameli cantato a squarciagola, non attrae più i fedeli, e così si può parlare apertamente e, senza timore alcuno, di federalismi padanizzati, di secessionismi egoistici e di macro-aree clientelari, fatte ad uso e consumo degli amici e degli amici degli amici. Nel silenzio generale, tanto per fare un esempio, si può sostituire il prezzo unico della bolletta elettrica con le “macro-aree”, a tutto vantaggio degli imprenditori del Nord, come se nulla fosse. L’art. 3 del Dl 185/08 (cosiddetto “decreto anticrisi”) al comma 12 recita: “Entro 24 mesi dall’entrata in vigore del presente decreto-legge, l’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, su proposta del gestore della rete di trasmissione nazionale, suddivide la rete rilevante in tre macro-zone”. In altre parole il governo pidiellino ha deciso di dividere in tre parti l’Italia anche in materia energetica, il che comporterà la differenziazione delle tariffe, attualmente determinate dall’Authority nazionale per l’energia elettrica, che stabilisce il prezzo unico in bolletta, calcolandolo in base ai costi medi di generazione dell’energia offerti dai grossisti alla borsa elettrica. Il prezzo dell’energia, dunque, verrà calcolato non più a livello nazionale bensì nelle tre macro-aree, e non più sulla base dei costi di generazione ma sulla base dei prezzi di vendita offerti dalle diverse aziende (art. 3 comma a). Sebbene nel decreto si parli di massimo 3 macro Aree (Nord, Centro e Sud), con il federalismo fiscale queste aree potrebbero moltiplicarsi, diventando 20, quante sono le regioni italiane, o addirittura 109 come le province (senza dimenticare la Valle d’Aosta), come chiede, da tempo, una gran parte degli industriali del nord-est. Quel che è certo è che il Sud sarà gravemente penalizzato, dato che nelle regioni del Mezzogiorno il costo dell’energia e del gas è più alto a causa dell’atavica mancanza di efficaci infrastrutture energetiche di sostegno: ancora oggi, infatti, molte zone dell’Italia meridionale non sono collegate alla rete nazionale, e le perdite e i malfunzionamenti nella distribuzione di energia e gas sono all’ordine del giorno. Un altro motivo del costo più alto consiste nel fatto che l’energia elettrica prodotta al Sud sale verso il Nord mentre quella prodotta in eccesso nel Nord non viene trasferita al Sud. Cosa accadrà lo si può quindi dedurre facilmente leggendo le attuali incredibili asimmetrie di prezzo registrate dalla Terna (il gestore della rete di trasporto dell’energia): se il prezzo medio per megawatt dell’energia elettrica in Italia è infatti di 115,20 euro, 1 megawatt di elettricità prodotto nel Settentrione costa 106,66 euro, mentre al Centro e nel Meridione 123,29 euro, in Sardegna 113,06 euro e in Sicilia addirittura 171,09 euro, oltre 55 euro in più rispetto alla media nazionale. Un costo basso dell’energia elettrica e del gas sarebbe importantissimo per lo sviluppo economico delle aree più arretrate della Sicilia. Come potrà mai competere con il Nord-Est se solo l’approvvigionamento energetico costa già circa un 45% in più? Il provvedimento acquista inoltre il sapore della beffa, perché l’Isola, a fronte di un basso consumo, esporta energia, ospita centrali termoelettriche ed è attraversata dalla condotta di gas che viene dall’Algeria. Anzi la beffa è doppia, perché oltre alla disuguaglianza nel trattamento economico, la Sicilia deve fare i conti con i danni ambientali dell’area petrolchimica, la devastazione del paesaggio e l’inquinamento di acqua, aria e suolo. Stesso discorso per la Puglia in cui l’82 per cento dell’energia prodotta, da procedimenti industriali ad altissimo impatto ambientale con gravi conseguenze sanitarie, è “devoluta” al “sistema-Paese”.
L’aumento delle bollette elettriche nel Sud diviene ancor più intollerabile se si tiene conto della qualità dei servizi offerti: i valori medi di continuità del servizio sono ben lontani da quelli del Nord dove la media è di 2,6 interruzioni per utente all’anno (121 minuti persi per utente), mentre al Sud la media sale a 5,4 interruzioni per utente all’anno (270 minuti persi per utente). Questi valori vengono fuori da medie ponderate che tengono conto del fatto che l’Enel serve sia territori urbani che rurali, ma un’analisi più dettagliata mostra differenze rilevanti anche tra le diverse zone urbane (1,4 interruzioni per utente all’anno nelle aree urbane del Nord contro 2,8 interruzioni per utente all’anno in quelle del Sud) o delle sole zone rurali (3,5 interruzioni per utente all’anno nelle aree rurali del nord contro 7,6 interruzioni per utente all’anno in quelle del Sud). L’unico a lanciare per tempo l’allarme, inascoltato, è stato il segretario nazionale del Codacons Francesco Tanasi, che alla vigilia dell’approvazione del provvedimento parlò di “sopruso inaccettabile”, affermando che “non possono decidere così, arbitrariamente di favorire una parte del Paese rispetto ad un’altra. La secessione energetica, realizzata grazie alla connivenza e all’impotenza della falsa opposizione, sacrifica ancora una volta il Meridione, che avrebbe bisogno di pagare un prezzo più basso dell’energia per uscire dal sottosviluppo industriale, in nome della sedicente questione settentrionale, grimaldello elettorale della Lega. Antonio Costato, vicepresidente della Confindustria per l’energia e il mercato e presidente degli industriali di Rovigo, chiamato da Emma Marcegaglia a rappresentare “il territorio più dinamico del Paese”, industriale del settore molitorio (“settore molto energivoro”), è colui che ha predisposto i nuovi piani energetici basati sulla devoluzione e la privatizzazione, realizzati grazie all’asse Lombardo-Fitto-Calderoli. “Nelle intenzioni della Confindustria – ha detto Costato – la devolution energetica deve avere l’effetto di un elettroshock”. Le note riservate di viale dell’Astronomia parlano chiaro. Al Nord si applicherà il prezzo più basso, al Sud e nelle Isole l’energia costerà molto di più, a quel punto l’esplosione dei prezzi al Sud non passerà inosservata e chi vende energia nelle zone congestionate difficilmente potrà praticare prezzi del 60-70 per cento più alti che nel resto d’Italia senza la protezione di quello che la Confindustria chiama “lo schermo mimetico” garantito dal prezzo unico nazionale. Estrema conseguenza: “Gli utenti, toccati nel portafoglio dal costo dei no, faranno pressione sulle regioni perché si dia corso alla posa dei cavi che la Terna ha pronti da anni”. Che si tratti finalmente degli agognati cavi destinati ad ammodernare la rete energetica o di sofisticati sistemi per passare all’energia pulita e rinnovabile? Nient’affatto! Si tratta dei soliti “cavi” previsti dalla vecchia ricetta a base di obsolete ed inquinanti centrali termoelettriche, inceneritori e rigassificatori per la gioia delle holding nazionali ed internazionali dell’energia che lucrano da anni sui “Cip6” . Dalla padella alla brace, insomma. Quel che conta è che lo spezzatino Italia sia cotto a dovere.
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