5 Marzo 2012

La rivolta dei banchieri «Facciamo profitti non servizi pubblici»

La rivolta dei banchieri «Facciamo profitti non servizi pubblici»

Alberto Di Majo a.dimajo@iltempo.it Altro che banchieri al potere. Anche loro protestano. Il decreto sulle liberalizzazioni, dicono, rischia di penalizzarli. Un emendamento del Pd approvato al Senato, infatti, prevede che le banche non facciano più pagare le commissioni sui prestiti. Il testo è chiaro: diventeranno «nulle tutte le clausole, comunque denominate, che prevedano commissioni a favore delle banche a fronte della concessione di linee di credito, della loro messa a disposizione, del loro mantenimento in essere, del loro utilizzo anche nel caso di sconfinamento in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido». Torna a tuonare il dimissionario presidente dell’ Abi Giuseppe Mussari che, in un’ intervista al Corriere della Sera , sottolinea: «Le banche sono imprese e hanno il diritto/dovere di fare profitti. Non possiamo essere servizio pubblico». Mussari auspica l’ apertura di un «dibattito pubblico che chiarisca cosa sono e cosa debbono fare le banche» e la ricostruzione di «un rapporto di fiducia tra le banche e il Paese reale». Il numero uno dell’ Abi dà un «giudizio positivo dell’ azione complessiva del governo» e riconosce il «grande lavoro» del Parlamento. «Ciò detto – sottolinea – è bene che il provvedimento sulle commissioni venga rivisto e torni alla formulazione originaria. E sarebbe comunque utile che i parlamentari nel ragionare di banche rinunciassero a un’ ostilità preconcetta». Il presidente del Monte dei Paschi di Siena interviene sulla stretta del credito. «Ho invitato le banche a dimostrare come sin dai dati di marzo si possa registrare un’ inversione di tendenza», dice Mussari. «Il credito sta ritornando ad affluire alle imprese». Sugli stipendi dei manager, «da tempo sostengo che vada fissato un parametro tra retribuzioni dei top manager e paghe medie in azienda. Ho scritto una lettera alle banche proponendo che per i prossimi tre anni gli stipendi non salgano e il 4% della retribuzione dell’ alta dirigenza vada ad alimentare un fondo per l’ occupazione giovanile. La misura è stata approvata e penso proprio che quel fondo nascerà». Il Pdl è pronto al confronto. «Raccolgo l’ invito del presidente dell’ Abi Mussari per un dibattito pubblico sulla natura delle banche, finalizzato non tanto ad esaminare la controversa norma sulle commissioni, ma ad affrontare varie questioni» dice il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. Innanzitutto, secondo Gasparri, occorre discutere «la destinazione alle famiglie e alle imprese di buona parte dei 139 miliardi di euro prestati dalla Bce alle banche italiane all’ 1 per cento. Occorrono poi segnali immediati, coerenti con quanto fatto per la politica e la pubblica amministrazione, che taglino subito gli scandalosi compensi dei vertici bancari. Gli istituti di credito sono imprese e non possono essere considerate attività benefiche. Ma da qualche secolo si dibatte, con ragione, di interessi, credito e altro». Per il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto le cose potrebbero cambiare: «Non solo l’ Abi ma anche la Confindustria e altre forze sociali affermano che l’ emendamento cosi com’ è, al netto di molte cose da dire al sistema bancario, creerebbe una situazione di grave difficoltà e di nocumento non solo alle banche ma anche alle imprese e quindi all’ economia italiana». Precisa Cicchitto: «Come gruppo parlamentare alla Camera del Pdl non abbiamo una posizione pregiudiziale contraria al mutamento di ciò che è stato scritto sul decreto liberalizzazioni al Senato a proposito di commissioni bancarie. Il problema, però, è quello di chiarire pregiudizialmente la questione dal punto di vista istituzionale-legislativo rispetto ad un decreto che, allo stato, è stato approvato in un solo ramo del Parlamento». L’ esecutivo guidato da Monti non sta a guardare. «Se ci fosse un ping pong» fra i partiti e le banche, «il governo non farà certo la pallina» dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, a SkyTg24 . Ha ripercorso la vicenda: «Nel decreto Salva Italia avevamo già disciplinato la commissione di massimo scoperto. La legge dice che questa commissione non può superare lo 0,5% della somma effettivamente messa a disposizione. Il Parlamento è andato oltre e ha voluto chiarire che se anche ci fosse stato questo 0,5%, quella clausola sarebbe nulla. Le banche ritengono che questo ulteriore provvedimento è ingiusto perché mette in difficoltà i loro patrimoni. Il governo ha preso il provvedimento nel proprio maxi emendamento perché l’ accordo era di non togliere né aggiungere nulla al testo che era stato approvato in Commissione. Noi siamo stati il veicolo di un’ istanza parlamentare, cosa che dobbiamo fare perché siamo un governo che ha una legittimazione solo ci viene mantenuta la fiducia in Parlamento». Si muove anche il Codacons, che ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per capire come gli istituti di credito abbiano utilizzato i 500 miliardi di euro messi a disposizione dalla Bce.

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