24 Marzo 2018

La rincorsa della legge tra privacy e abusi

A suo modo un caso esemplare di come il diritto si trova sempre più spesso a rincorrere l’ evoluzione del costume, anche di quello criminale a dire la verità. La vicenda Facebook, con la sottrazione di milioni di dati personali e il possibile impatto sulle ultime elezioni americane, rilancia l'(eterna) discussione sull’ adeguatezza delle norme a fenomeni sociali sempre più sfuggenti. Con la necessaria specificità del diritto penale a richiedere il massimo grado di tassatività, direbbe il giurista, di precisione diremmo tutti, vista la rilevanza dei diritti in gioco. Nel caso specifico, a diritto vigente, si può ipotizzare una serie di misure applicabili. Sul piano generale, il primo riferimento, obbligato, è al Codice della privacy e alle due disposizioni oggetto dell’ esposto del Codacons alla Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo contro ignoti. L’ articolo 167 del Codice sanziona infatti il trattamento illecito di dati, con una reclusione che può andare da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni. Nel mirino una pluralità di condotte tutte accomunate dalla violazione delle misure a tutela della riservatezza dei dati personali, con l’ obiettivo di trarne un profitto, producendo una danno alle persone interessate. E con l’ arresto fino a 2 anni è punito il detentore di dati personali che non adotta le misure minime di sicurezza; tuttavia in questo caso il garante della privacy può concedere un periodo di tempo massimo di 6 mesi per mettersi in regola. Poi, per una valutazione del ventaglio delle misure repressive che possono essere utilizzate dall’ autorità giudiziale, il riferimento è ai due contesti nei quali più gravi possono apparire le conseguenze della sottrazione dati, almeno per come appare dalle cronache di queste ore, la possibile alterazione del consenso elettorale e quella dell’ informazione degli investitori. Sul primo punto, a dovere essere considerato è il Codice penale e il reato di attentato contro i diritti politici del cittadino che punisce con una pena fino a 5 anni di carcere chi, anche con «inganno», impedisce in tutto o in parte l’ esercizio di un diritto politico oppure ne determina un esercizio in maniera difforme dalla volontà. E quale diritto politico più esemplare di quello di voto? Sul secondo, naturalmente, la bussola è rappresentata dal Tuf e dalla norma a contrasto della manipolazione del mercato, dove il riferimento è a un’ altra nozione per molti versi paragonabile, quanto a scivolosità giuridica (a riprova delle difficoltà anche del diritto penale a circostanziare sempre con precisione le condotte rilevanti), all’«inganno», quella degli «altri artifizi», idonei a provocare una «sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari». La sanzione è sia di natura pecuniaria, con una multa fino a 5 milioni di euro sia detentiva con l’ arresto sino a 3 anni, oltre all’ obbligatorietà della confisca del profitto dell’ illecito. Fatto salvo naturalmente il ruolo della Consob che, sul piano amministrativo, può comunque intervenire con elevatissime misure pecuniarie. Insomma, l’ arsenale a disposizione delle Procure, sia pure con qualche forzatura, esiste. Certo a sovrapporsi può essere, con esiti non sempre felicissimi, l’ attività repressiva di più soggetti. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
giovanni negri

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