La ricchezza delle famiglie a -0,3% nel primo semestre
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fonte:
- La Sicilia.it
Roma. Il 45% della ricchezza delle famiglie italiane è in mano al 10% delle famiglie. Questo dato scandaloso ma non nuovo si rileva nel rapporto di Bankitalia su "la ricchezza delle famiglie italiane". Un altro 10% è sotto la soglia della povertà.
La voce di maggiore rilievo ai fini della ricchezza sta nel mattone, con un valore di 4.667,4 miliardi di euro, circa la metà dei 9.088 miliardi del valore complessivo. L’azienda famiglia si difende bene dalla crisi. Il portafoglio nel 2009 si è ricomposto in investimenti più liquidi, meno titoli di Stato e più azioni. Sono aumentati i depositi in conto corrente e il risparmio postale, mentre si è ridotta la quantità dei titoli pubblici (meno fiducia nello Stato) e risultano in crescita i titoli esteri (senza bisogno di andare in Svizzera).
Insomma, liquidità e mattone, un binomio che la dice lunga sull’amore delle famiglie per il rischio, ma che spiega anche la stasi degli investimenti nelle imprese ed anche nei consumi. La famiglia italiana sta "seduta" sulla sua ricchezza, che alla fine del 2009 è valutabile in circa 9500 miliardi, cioè 350 mila euro in media per famiglia, con un aumento dell’1,1% sul 2008.
Il patrimonio immobiliare delle nostre famiglie a fine 2009 ammontava a 4.800 mld con un aumento dello 0,4% in termini reali. I mutui casa toccavano il 41% delle passività finanziarie. Il livello di indebitamento familiare è molto basso: il 78% del reddito disponibile lordo, un tasso inferiore al 130% del Giappone, al 100% degli Usa e ai livelli più bassi in Europa.
Il bollettino di Bankitalia scopre che le famiglie italiane sono in media tra le più ricche al mondo. Nel 2008, la ricchezza netta era pari a 7,8 volte il reddito disponibile lordo, in linea con Francia e Regno Unito e schiacciante rispetto a Canadà e Stati Uniti.
Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie sarebbe di circa 160 mila miliardi di euro. La quota italiana sarebbe di circa il 5,7%, nonostante un Pil al 3% di quello mondiale e con una popolazione inferiore all’1% di quella mondiale. Il 60% delle famiglie italiane ha una ricchezza netta superore a quella del 90% delle famiglie di tutto il mondo! Con questi dati, la Banca d’Italia non finisce di stupirci e i consumatori gridano che non può essere. Per il Codacons 23 milioni di italiani sono a rischio povertà e faticano ad arrivare a fine mese. Colpa dell’euro, del costo della vita in aumento e del governo Berlusconi che non tassa abbastanza liberi professionisti, commercianti, petrolieri, banchieri, speculatori.
Il grido di dolore non è di oggi, così come la richiesta di una riforma fiscale che sposti il prelievo dalla elefantiaca area dei redditi medio-bassi a quel 10% di ricchi esagerati. Operazione politicamente logica ma tecnicamente difficile, perché il fisco ricava di più dalla immensa platea del reddito fisso che dalla cassaforte del 10% (difesa anche da meccanismi societari e fortezze familiari).
Ciò non significa che non si possa fare niente. Il problema di fondo è quello segnalato due anni dal Censis, secondo cui l’Italia conserva una struttura corporativa e non c’è scambio tra le fasce di reddito, perché il sistema è caratterizzato da impermeabilità. Con buona pace degli studenti che bruciano Roma, i figli dei notai diventano notai; i figli dei dirigenti di aziende statali saranno dirigenti delle stesse aziende; in molte imprese, organismi, consigli d’amministrazione, agenzie si entra per cooptazione. La "madre di tutte le riforme", che non si farà mai, è quella di rendere reale il diritto previsto dalla Costituzione di premiare i meriti e non le parentele. Altrimenti salirà il divario tra aree geografiche e sociali del Paese, come in tutto il mondo del sottosviluppo.
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