5 Gennaio 2012

La resistenza dei Governatori  

La resistenza dei Governatori
 

 
Prima sono insorti i farmacisti, poi i tassisti, ora è la volta dei commercianti. E ciascuna categoria cerca di far valere le proprie ragioni ricorrendo ai propri politici di riferimento. E così le sbandierate liberalizzazione del Governo Monti rischiano di finire spiaggiate ad agonizzare come un cetaceo. Liberalizzazione doveva essere il leitmotiv dell’ anno appena iniziato; la spinta propulsiva che avrebbe dovuto rimettere in moto l’ economia nazionale beneficamente vivificata dall’ ondata di novità. Invece dalla Toscana al Veneto, dal Lazio al Piemonte la resistenza si sta armando ed è pronta a caricare le carte bollate per i ricorsi. La Lombardia per ora non si pronuncia, ma ha fatto sapere di voler usufruire dei 90 giorni di tempo consentiti per valutare attentamente la normativa. Insomma le Regioni cercano di tirare il freno nominalmente per verificare le possibili ricadute negative sui piccoli commercianti al dettaglio. Così si è creata una convergenza che va dalla Lega (che governa in Piemonte e Veneto) al Partito democratico (che amministra in Toscana) passando attraverso il Lazio e la Lombardia (controllate da esponenti del Popolo della Libertà). Al loro fianco sono scesi in campo i sindacati della categoria che ipotizzano una pesante perdita di posti di lavoro come conseguenza della chiusura dei piccoli negozi che finirebbero schiacciati dalla concorrenza della grande distribuzione meglio attrezzata per adeguarsi (guadagnandoci) al già famigerato articolo 31 del decreto "salva Italia". Se i governatori dovessero decidere di presentare i ricorsi alla Corte Costituzionale, in nome del fatto che le regole in materia di commercio sono di competenza regionale, sarebbe pressoché inevitabile giungere a un congelamento delle norme e a un rinvio della questione a data da destinarsi. Con buona pace del Governo e dei consumatori. Gli unici decisamente favorevoli, finora, pare siano solo i consumatori, o meglio le associazioni che ne vantano la rappresentanza. Qualche perplessità non ingiustificata emerge su alcuni aspetti ad esempio sul modo di conciliare la liberalizzazione degli orari dei locali notturni con le varie ordinanze anti alcol che ne vietano il consumo dopo una certa ora. Insomma, almeno per quanto concerne la capitale, pare se ne possa discutere, almeno per gli esercizi di somministrazione, vale a dire bar, ristoranti, pub e locali simili. Decisamente più netto e favorevole il parere delle associazioni dei consumatori. Il Codacons, ad esempio, non ha nulla da obiettare sul fatto che a Roma i negozi possano stare aperti 24 ore su 24. Semmai la riflessione va fatta "sul bisogno di potenziare i mezzi pubblici, in particolar modo nei giorni festivi e sui controlli effettuati dai vigili". L’ Adoc va oltre. Si dice non solo favorevole al decreto ma ritiene che l’ abolizione delle norme che prevedevano orari massimi di apertura giornaliera degli esercizi commerciali, offrirà una opportunità di acquisto e di comparazione anche in orari diversi da quelli in cui la maggior parte dei consumatori lavora. Sicuramente un altro aspetto della questione da considerare. Per l’ Aduc negozi sempre aperti significa "minori intasamenti urbani, meno problemi di parcheggio, minori consumi di carburanti, meno costi per i controlli di sicurezza", perché c’ è maggiore flessibilità nell’ organizzare gli spostamenti legati agli acquisti. E se Federconsumatori difende a spada tratta la liberalizzazione degli orari è anche la stessa a suggerire una turnazione intelligente degli esercizi di un quartiere seguendo lo slogan "Mai tutti aperti, mai tutti chiusi". Forse la soluzione arriverà proprio dalla reazione dei cittadini. Se inizieranno a fare la spesa a tutte le ore e a fare shopping di notte, le polemiche, necessariamente, si placheranno.
 

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