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19 Novembre 2019

La Procura militare indaga sulla supercasa della Trenta pagata 540 euro al mese

l’ ex ministro: «non me ne vado, ho una vita di relazioni». e sul passaggio della magione al marito: «faccio risparmiare un trasloco». esposto dei sindacati ai magistrati ordinari
fabio amendolaragiuseppe chinaL’ assegnazione avrebbe seguito un doppio iter: il primo con una richiesta, nell’ aprile scorso, dell’ allora ministro della Difesa Elisabetta Trenta, nonostante fosse intestataria di una casa di 80 metri quadri, in via Raimondo Montecuccoli, nel quartiere popolare Pigneto; il secondo con una richiesta del marito, ufficiale dell’ Esercito italiano che, nonostante vivesse con la ministra, ha mantenuto la residenza nel paese d’ origine, in Molise. E mentre dalla Procura militare fanno sapere di aver aperto un fascicolo, al momento senza indagati né ipotesi di reato, «per sgomberare ogni dubbio, anche da un punto di vista amministrativo», il sindacato dei militari ha interessato anche la Procura ordinaria, depositando un esposto a Piazzale Clodio. Mancava la Corte dei conti. E, ieri pomeriggio, ci ha pensato il Codacons con una denuncia dettagliata. Ora i riflettori della magistratura sono puntati sul prestigioso alloggio al secondo piano del civico 18 di via Amba Aradam, appartamento da 200 metri quadri con tanto di stanza di rappresentanza che l’ ex ministra della Difesa non vuole mollare. Stando ai regolamenti, da quando ha lasciato l’ incarico da ministro ha tre mesi di tempo per poterlo restituire (il termine, quindi, scade il 5 dicembre 2019). Nel frattempo, dal Quinto reparto Affari generali dell’ Esercito, ufficio guidato dal generale Paolo Raudino, nel quale proprio la ministra aveva spostato suo marito, il maggiore Claudio Passarelli, hanno assegnato all’ ufficiale proprio quell’ appartamento. «Per evitare le spese di trasloco», dice lei. E rivendica la regolarità dell’ iter seguito per la riassegnazione.«Intanto mio marito ha fatto richiesta perché è aiutante di campo di un generale e per il suo ruolo può avere quell’ appartamento». Un alloggio di prima fascia, che di solito viene assegnato a chi, nell’ Esercito o nella Difesa, ricopra incarichi molto più prestigiosi. Ma il maggiore Passarelli è tornato alla Direzione nazionale degli armamenti, funzione strategica che gestisce contratti e acquisti (è la struttura che valuta e decide i contratti di tutta la Difesa). Un ufficio importante che, però, avrebbe potuto creare dei conflitti d’ interessi con la carica da ministro della moglie. Lì, da capitano, Passarelli ricopriva il ruolo di addetto alla segreteria del vice direttore nazionale degli armamenti (lo stesso che ora ricopre con il grado da maggiore). E allora, come primo atto assoluto, al momento del suo insediamento, Trenta lo spostò all’ Ufficio affari generali. «L’ avevo spostato», spiega la grillina, «e adesso è tornato a fare quello che faceva. Non è giusto che lui paghi le conseguenze del mio incarico». Ma ora c’ è chi, come il presidente del Codacons Carlo Rienzi, chiede di sapere «a quali condizioni l’ ex ministra mantenga l’ appartamento, sulla base di quali presupposti e requisiti e se l’ intera operazione si sia svolta nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti o se, al contrario, si tratti di un privilegio ingiustificato». E chi, come Luca Marco Comellini, segretario generale del sindacato militare, chiede ai magistrati «di chiarire gli aspetti inerenti alla domanda di assegnazione dell’ alloggio Asi di prima fascia, con particolare riferimento alla veridicità delle informazioni rilasciate circa la titolarità di immobili nella stessa circoscrizione alloggiativa, ai criteri seguiti per la stessa assegnazione ed eventuali forzature nell’ applicazione della norma vigente». Forzature o no, la casa è stata assegnata al marito dell’ ex ministra pentastellata. E lei si chiede «per quale motivo dovrebbe lasciarla?». Non saranno certo solo i 540 euro al mese che la grillina, a Radio Capital, ha detto di sborsare per l’ alloggio a tenerla aggrappata a quell’ appartamento. Lei sostiene di avere la necessità di parlare con le persone in maniera riservata, in un posto sicuro. Come se al ministero della Difesa non fosse garantita la giusta sicurezza. E poi, non erano i grillini a sostenere che tutto doveva svolgersi alla luce del sole e con la massima trasparenza, tanto da ipotizzare una legge anti lobbing? Ma anche ora che non è più ministra, Trenta sostiene di aver bisogno di un appartamento con quelle specifiche caratteristiche, perché la sua vita adesso è fatta «di relazioni, di incontri». Quella casa continua a essere necessaria come quando era nell’ esecutivo: «Un ministro nella sua attività», sostiene Trenta, «ha necessità di parlare con le persone in maniera riservata e dunque ha bisogno di un posto sicuro. E grande». Quasi 200 metri quadrati in una palazzina rosa con vista sull’ obelisco di piazza San Giovanni in Laterano: quattro camere, due bagni, una cucina con terrazza, cantina, posto auto, un salone e un salone di rappresentanza. Per entrare bisogna superare un cancelletto. E dalla strada non è possibile capire neppure quali siano le finestre dell’ alloggio. Proprio ciò che le serve per i suoi incontri «in sicurezza» e nella «massima riservatezza». Incontri da ex ministra che, insomma, da quella casa non se ne va.

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