2 Febbraio 2010

La lobby (e i “trucchi”) dei consumatori

ROMA- Euro zero. E’ la cifra che le associazioni dei consumatori dovranno segnare nei loro bilanci 2010 alla voce «Finanziamenti pubblici per progetti». I 47,7 milioni di euro racimolati dal 2003 al 2007, provenienti dalle multe dell’ Antitrust e dell’ Autorità per l’ energia, sono ormai un ricordo lontano. Gli ultimi soldi pubblici, assegnati sempre a valere sulle sanzioni, sono stati quelli del 2008 per l’ anno successivo: circa venti milioni. Poi più niente: nella Finanziaria 2010 il ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti, ha stornato i proventi delle multe a coperture di eventi emergenziali, lasciando a bocca asciutta le 17 associazioni riconosciute dal Cncu (Consiglio nazionale consumatori e utenti). I soldi pubblici Eppure, a parte un pressing svolto in Parlamento, a dicembre scorso, da 10 associazioni, affinché i soldi rientrassero attraverso un emendamento al «milleproroghe», non si sono levate altre proteste. Ma come fanno a sopravvivere queste associazioni che contano, secondo quanto da loro dichiarato al Cncu, circ aunmilione d’ iscritti? Fino all’ anno scorso esistevano, come detto, i fondi pubblici: la parte più consistente era rappresentata dai 14 milioni trasferiti alle Regioni e alle Province autonome che poi andavano a finanziare interventi svolti dalle stesse associazioni a livello locale. Altri 4,5 milioni erano stati assegnati, tramite il Cncu, alle 17 associazioni riconosciute in relazione a alcuni progetti. A differenza del passato, anziché distribuire soldi alle singole associazioni, si era proceduto dividendoli equamente su tre cordate: le associazioni si erano consorziate in tre gruppi, ciascuno dei quali aveva presentato un progetto: «Informa», «Occhi aperti» e «Rendiamoci conto». Una divisione abbastanza fittizia come si scopre consultando i siti relativi ai progetti. Ampie sono le sovrapposizioni, essendo la materia trattata alla fine sempre quella delle pratiche commerciali scorrette e/o dei servizi creditizi. Alcune associazioni poi, è il caso dell’ Adiconsum, acquisiscono finanziamenti anche a livello europeo, presentando appositi progetti. Esistono anche alcuni fondi, provenienti dal Dipartimento per l’ Editoria, che finanziano le pubblicazioni effettuate da alcune associazioni. Infine c’ è il capitolo «conciliazioni»: si tratta di un servizio che alcune imprese offrono ai propri clienti, istituendo un tavolo per risolvere eventuali controversie. A questi tavoli le imprese invitano alcune associazioni che prendono le parti del consumatore. Per questa attività fino all’ anno scorso esisteva un fondo pubblico, di circa 1,5 milioni: per ogni conciliazione effettuata il rimborso era di circa 100 euro. «E’ un’ attività che consideriamo molto utile – conferma Massimo Iossa, direttore marketing di Autostrade per l’ Italia -: su 100 mila reclami ricevuti all’ anno, riusciamo a rispondere alla maggior parte. Chi non si ritiene soddisfatto passa alla conciliazione: circa 100 all’ anno». I fondi privati Chiuso il capitolo dei soldi pubblici, le associazioni vivono anche di altre risorse. «Abbiamo tra l’ altro una convenzione con la Cgil» dichiara per Federconsumatori, Rosario Trefiletti. Mentre Paolo Landi di Adiconsum spiega che l’ affiancamento economico della Cisl è stato limitato ai primi anni. Per tutte le associazioni ci sono i contributi degli aderenti: le iscrizioni. L’ obolo richiesto è molto vario: si va dai zero euro di Cittadinanzattiva ai 50 del Codacons, con varie forme di adesione, dal socio ordinario al sostenitore, che possono far lievitare la quota. Il numero degli iscritti è importante più che altro per entrare nel Cncu e ottenere così i fondi pubblici. Tutte le associazioni dichiarano più del minimo necessario: 30 mila. Tocca i 300 mila iscritti solo Altroconsumo, seguita dai 121.202 denunciati da Federconsumatori. Ma chi controlla le iscrizioni? In teoria il ministero dello Sviluppo economico. Ma sono le stesse associazioni a non enfatizzare il dato: « Gli iscritti non muoiono mai», ha confessato il leader del Codacons, Carlo Rienzi. Insomma le iscrizioni si rinnovano d’ ufficio e finora nessun dato è stato mai contestato. Le consulenze Non sono dunque le quote d’ iscrizione a riempire le casse delle associazioni. Esiste invece tutta una serie di operazioni, che talvolta traspaiono anche dai siti delle associazioni, e che sembrano fruttare di più. Si tratta di consulenze, ricerche, formazione, tutte attività che vengono svolte su incarico. E’ questa la «zona grigia» dell’ attività delle associazioni, perché determina un rapporto economico tra queste e coloro che dovrebbero normalmente esserne la controparte. E’ difficile immaginare che un’ associazione che svolge attività di consulenza per un’ impresa, poi si senta libera di criticarla, attaccarla o addirittura portarla in tribunale. Possono lasciare perplessi anche semplici operazioni di «affiancamento» del proprio marchio, come quella fatta tra Telepass che offre ai propri clienti «premium» la possibilità di aderire, pagando un euro, al servizio di News su richiesta del Codacons, ottenendo anche un servizio di consulenza. «Per questa operazione non abbiamo dato un euro al Codacons» dichiara Massimo Iossa. Sono al limite anche le convenzioni attraverso cui le associazioni offrono ai propri iscritti prodotti scontati, come le assicurazioni. Senza parlare delle trasmissioni tv a premi che, dopo aver subito denunce di irregolarità da un’ associazione, ne ospitano un rappresentante. Gli offriranno solo pubblicità?

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