6 Febbraio 2011

La legge sull’ azione collettiva ha compiuto un anno

ROMA La legge sull’ azione collettiva – class action la chiamano negli Stati Uniti che per primi hanno introdotto questa forma di tutela di consumatori- ha compiuto un anno. E’ arrivata a gennaio 2010, dietro forti pressioni del mondo dell’ associazionismo. Ma il bilancio dei primi dodici mesi di vita è deludente, e i consumatori chiedono modifiche al testo. «Tra ricorsi al giudice amministrativo, che le aziende puntualmente propongono, e durata della class action , ci vorranno anni prima che questo strumento possa avere effetti concreti. Però è sicuramente un deterrente», dichiara all’ Ansa il presidente dell’ Antitrust, Antonio Catricalà. Fra le tante promosse dai consumatori l’ unica azione collettiva finora dichiarata ammissibile è quella contro la Voden Medical, ideatrice e distributrice del test “fai da te” per la rilevazione dell’ influenza, compresa la suina e l’ aviaria. L’ ha promossa il Codacons. Il presidente Carlo Rienzi dice che la spesa è stata di 15 mila euro, eccessiva rispetto all’ eventuale restituzione dei soldi a chi ha acquistato il kit, sempre che abbia conservato lo scontrino. I consumatori sostengono che senza il riconoscimento del “danno punitivo”, previsto invece nelle norme Usa, la class a action non rappresenta per le aziende un rischio tale dal dissuaderle da pratiche scorrette. La principale differenza tra il modello tricolore e quello a stelle e strisce sta proprio lì. Nel fatto che in America l’ azienda ritenuta responsabile può essere chiamata dai giudici a sborsare cifre enormi, che prescindono dalla quantificazione del danno effettivamente subito dai consumatori danneggiati. Il nostro ordinamento invece poggia sul concetto tradizionale di danno, che fa molto meno paura alle aziende. «E’ una normativa che finisce per essere pro-azienda e non pro-consumatore», dice Paolo Landi dell’ Adiconsum. «Basterebbero poche modifiche per farla diventare efficace». Secondo i consumatori la farragginosità della nostra normativa comporta un rischio troppo elevato per chi promuove l’ azione, e i costi sono tutti a carico del ricorrente. Senza considerare che già un anno fa, quando la legge era ancora in Parlamento, le associazioni avevano lamentato il fatto che fossero ammesse azioni collettive solo contro illeciti commessi successivamente all’ entrata in vigore della norma, deludendo quindi le aspettative delle migliaia di consumatori frodati dai crac Cirio e Parmalat. Altro punto dolente è il trattamento di favore concesso alla pubblica amministrazione. In questo caso non è previsto alcun risarcimento del danno, ma solo il ripristino del servizio. «C’ è già stato un caso di applicazione da parte del Tar, nonostante la mancanza di regolamenti attuativi», dice Catricalà. «Più che il risarcimento economico del danno, che forse in questo momento le casse dello Stato non potrebbero sopportare, si potrebbe introdurre un meccanismo di punizione per i responsabili che non hanno fatto funzionare ciò che invece doveva funzionare». Anche secondo il presidente dell’ Antitrust si sarebbe dovuto fare di più evitando «la limitazione temporale dei diritti che si possono far valere». Ma Catricalà dice di guardare avanti e suggerisce alle «associazioni dei consumatori di utilizzare lo strumento della class action con intelligenza e senza abusarne, perché il peggior fallimento sarebbe assistere ai tribunali intasati dalle richieste dei cittadini, che potrebbero avere risposte solo dopo anni». RIPRODUZIONE RISERVATA.

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