5 Marzo 2019

La guerra del pane I supermarket si mangiano tutto

di Maria Sorbi Alle sette di sera gli scaffali del supermercato sono ancora pieni di baguette e ciabatte appena sfornate. Manca poco alla chiusura ed è chiaro che molte non verranno nemmeno vendute. Ma gettate. Tuttavia, prima che arrivino al cassonetto, ne hanno ancora di strada da fare. Sta al produttore che le ha impastate ritirarle all’ alba del mattino dopo, caricarle sul suo camioncino e provvedere a smaltirle. Effetto collaterale del chilometro zero e del prodotto fresco a tutti i costi? Non solo. Il viaggio del pane verso il sacco nero denuncia una storia molto più complicata, fatta di un rapporto totalmente sbilanciato tra il piccolo panificio che fornisce la merce e la grande catena alimentare. In sintesi funziona così: il supermercato chiede ai forni della zona una fornitura quotidiana di pane fresco, di tutti i tipi. Loro provvedono, ben contenti di avere un cliente tanto grande. L’ ACCORDO TRAPPOLA Tuttavia nel contratto c’ è una clausola: il supermercato non paga il pane invenduto, lo restituisce semplicemente al fornaio che provvederà a smaltirlo a sue spese, accollandosi tutto il rischio d’ impresa. Di fatto se un panificio porta sugli scaffali 100 michette ma 50 restano invendute, ha prodotto inutilmente il 50% della merce. E nessuno gli rimborserà le spese per farina, manodopera e trasporto. Così è se vuole lavorare con i big dell’ alimentare. La questione è arrivata sulle scrivanie del Garante della concorrenza e del mercato che, dopo una segnalazione della principale associazione dei panificatori Assipan-Confcommercio, ha aperto sei istruttorie nei confronti delle principali catene di grande distribuzione: Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, Auchan e Carrefour. L’ obbiettivo è verificare se realmente esiste «uno squilibrio di potere negoziale tra i panificatori e le catene», fare chiarezza sulle regole del reso e, più in generale, capire se è stato violato l’ articolo 62 del decreto legge 1/2012 che regola le relazioni commerciali nella filiera agro alimentare. L’ Antitrust non si pronuncerà prima della metà di maggio ma nel frattempo ha ispezionato, assieme al nucleo antitrust della Guardia di finanza, alcune società nel mirino. Dal canto loro i supermercati, in attesa della sentenza, stanno già correggendo il tiro, soprattutto i più grandi. «Da noi il 95% del pane è prodotto nei reparti del negozio e non fornito da terzi» puntualizzano a Esselunga. «I nostri fornitori – precisa Coop – lavorano con noi da anni a riprova delle buone relazioni in essere. Non è riscontrabile alcun tipo di pratica vessatoria. In alcune Coop è previsto il reso ai fornitori, in altre si provvede autonomamente con lo smaltimento o la donazione». Qualche catena ha deciso di farsi carico dei costi per il pane invenduto, altre hanno tagliato le forniture esterne e fanno dà sé con forni interni. Fatto sta che il contratto tra piccoli e grandi porta con sé un’ anomalia da correggere al di là di singoli accordi: la grande distribuzione fa il suo gioco, cerca di abbattere il più possibile i costi e di far risparmiare il consumatore. Il forno pur di lavorare accetta condizioni che rischiano di strozzarlo. «Sta a cuore e conviene a tutti evitare le eccedenze – spiega Stefano Crippa, direttore dell’ area Comunicazione e ricerche di Federdistribuzione -. Il problema del reso si sta risolvendo da solo. Ad esempio, il pane chiesto ai forni piccoli dopo le 17 viene consegnato senza la doratura e la cottura verrà completata in un secondo momento. Oppure le catene con un forno nell’ ipermercato, sfornano pane anche per il loro centro più piccolo vicino». NON SOLO BAGUETTE La stessa pratica del pane è applicabile ad altre forniture alimentari: patate, arance, latte e in generale tutto ciò che è fresco. Da anni ad esempio il latte viene ritirato dagli scaffali due o tre giorni prima della scadenza e restituito al produttore che o lo dà sottocosto a bar e pasticcerie o lo getta. «Una decina di anni fa – racconta Gianluca Di Ascenzo, avvocato Codacons – abbiamo fatto una segnalazione all’ Antitrust anche riguardo la vendita dei pomodori dai produttori locali ai supermercati». E proprio sulle passate di pomodoro fresche è stata applicata – soprattutto da parte di alcuni discount – la pratica dell’ asta al doppio ribasso. In pratica la catena di distribuzione compra dal produttore che offre il prezzo più basso e questa cifra diventa la base per una seconda asta, a scendere. Accade quindi che alcuni agricoltori fanno due conti e si ritirano dal giochetto insostenibile, altri accettano «il patto col diavolo» pur di aggiudicarsi la commessa. E tagliano a loro volta sulle spese per la sicurezza e la qualità o si rivalgono sulla mano d’ opera per risparmiare il più possibile. LE SOLUZIONI Ad di là di quella che sarà la sentenza dell’ Antitrust a maggio, una soluzione per non gettare via cibo e per dare anche ai piccoli un margine di guadagno dignitoso potrebbe essere quella adottata negli Stati Uniti dove le grandi catene di distribuzione abbattono anche del 50% il prezzo di vendita al pubblico all’ avvicinarsi della scadenza del prodotto o alla fine della giornata nel caso del pane. Questo eviterebbe non solo mancati guadagni ma anche sprechi di cibo. In Inghilterra con il pane secco ci fanno la birra. In Francia invece, per evitare sprechi alimentari, il governo ha deciso di multare (con sanzioni fino a 3.750 euro) chi non dà una seconda vita alle merci invendute. In Italia solo una parte del pane avanzato viene raccolto dal Banco alimentare e distribuito alle mense dei poveri. Parte viene venduto dai panificatori agli allevatori di bestiame, ma la quantità più grossa finisce nella spazzatura. Qualche passo avanti è stato fatto nell’ anno di Expo con la legge che punta a semplificare le procedure burocratiche a chi dona la merce avanzata (a patto che non superi un valore di 15mila euro). Il pane in eccedenza può quindi essere donato nell’ arco delle 24 ore dalla produzione e i ristoranti possono preparare per i clienti le cosiddette «doggy bag», fino a poco tempo fa un tabù ma oggi definitivamente sdoganate. IL VIAGGIO DEI FIORI Simile a quella degli alimenti freschi è la sorte dei fiori recisi. Ma in questo caso si tratta di un gioco forza così potente che i vivaisti più piccoli si sono chiamati fuori già da tempo. «I piccoli – spiega Michele Giacomazzi, vice presidente dei florovivaisti bresciani – non riescono a stare dietro ai prezzi bassi chiesti dai supermercati, alla quantità e alla velocità di consegna e spesso si autoescludono dalle forniture». I supermercati allora comprano dalle grandi aziende del settore. I fiori, coltivati in Puglia, Campania e Toscana, vengono ritirati dal corriere e portati in Olanda, il Paese che ormai ha in mano l’ intera gestione commerciale dei recisi. Da qui verranno distribuiti nei supermercati di tutta Europa, compresa l’ Italia. Paradossalmente un ordine di rose che parte da Bari, nell’ arco di 24 ore arriva a Matera passando da Amsterdam.
di; maria sorbi

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