11 Maggio 2005

La denuncia dei familiari “In ufficio una camera a gas“

ROMA – «Lavorava in una camera a gas». Ferruccio e Claudio Di Bari, vedovo pensionato e figlio anestesista di Maria Sposetti, raccontano «il calvario di una donna che per 7 anni ha aspirato il fumo di tre colleghe in una stanza interrata, con finestre quasi mai aperte». E ne ricordano le tappe: «Il cancro, il rifiuto dell´equo indennizzo, il ricorso al Tar, la causa per il risarcimento, la sentenza di riconoscimento dei danni biologico e morale per Maria che, beffa del destino, 5 anni fa morì sotto un´auto». «In famiglia non abbiamo mai fumato. All´ufficio Matricola, lei capitò con tre colleghe che di sigarette non erano mai a corto. A casa, appeso il cappotto in balcone, raccontava dei battibecchi: “Apriamo un po´ la finestra. No, sì…“. Rapporti tesi». «Si innervosiva per la tosse stizzosa. “Sto bene“, diceva, “entro lì e sto male“». La malattia arrivò davvero. Agosto ?92: «Respirava a fatica, la pressione era bassa. Poi, una lastra mostrò un “kiwi“ bianco: l´epidermoide, il cancro che colpisce i polmoni dei fumatori». Fu operata. «Chemioterapia per 4 mesi. Un giorno piangeva con una ciocca di capelli in mano. Decidemmo di presentare il conto, chiedendo l´indennizzo. Diritto negato. Il Codacons, con Masullo e Rienzi, ricorse al Tar. E avviò la causa al tribunale del Lavoro». «Ora giustizia è fatta, grazie a un dirigente del ministero che descrisse le condizioni di lavoro in quella stanza».

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