29 Giugno 2004

La Corte costituzionale ferma il condono edilizio



Nove no al condono edilizio. La Corte costituzionale ha dichiarato l?illegittimità di nove aspetti della sanatoria sulle abitazioni varata dal governo per il 2004, rendendola di fatto inapplicabile. Salta quindi la scadenza del 31 luglio in attesa che il governo, se lo riterrà ancora conveniente, riscriva la legge. E soprattutto in attesa che le singole Regioni stabiliscano in autonomia alcuni punti-chiave del provvedimento, a partire dalla dimensione dell?abuso condonabile.
Non è un no al condono edilizio in sé, quindi, ma al ?centralismo? del provvedimento. Non spetta allo Stato ma alla singola Regione – secondo quanto ha deciso la Consulta – fissare due aspetti chiave di ogni provvedimento in materia edilizia: il volume condonabile e le aree territoriali dove l?abuso non è sanabile. Sono respinti invece i ricorsi delle Regioni nelle parti in cui tendevano a dimostrare che lo Stato centrale non può in alcun modo intervenire in materia, in particolare con un decreto legge, cioè in condizioni di urgenza. Respinti anche tutti i ricorsi presentati dai Comuni, fra i quali Roma, Salerno, Ischia e Lacco Ameno, e dalle associazioni (come Wwf e Codacons) perché secondo la Corte costituzionale soltanto gli enti con potere legislativo possono ribellarsi a una legge statale, se invade il proprio ambito di competenza. Quindi no a questo condono, ma sì a un condono edilizio che rispetti i poteri delle Regioni, in omaggio al nuovo articolo 117 della Costituzione.
La battaglia legale è stata durissima. Da una parte molte Regioni, alcuni Comuni e un paio di associazioni. Dall?altra l?Avvocatura dello Stato, pronta a rintuzzare le argomentazioni degli enti locali contro il provvedimento di Giulio Tremonti, dal quale il ministro dell?Economia contava di incassare 3,5 miliardi di euro.
Le Regioni si sono mosse in ordine sparso. A ricorrere sono state Campania, Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata e Friuli Venezia Giulia. Un ricorso complesso, perché il governo ha più volte modificato il testo del condono, al punto che talvolta ci si è opposti ad articoli nel frattempo cancellati e talaltra (è accaduto al Lazio) gli avvocati si sono confusi nell?indicare i punti incriminati.
Per la Corte, presieduta da Gustavo Zagrebelsky, è stato arduo anche solo riassumere i punti controversi. Il nocciolo della questione è: può lo Stato legiferare in materia edilizia? Secondo le Regioni la risposta è no, per il semplice fatto che edilizia e urbanistica non rientrano nei compiti che l?articolo 117 della Costituzione assegna allo Stato. Ma secondo l?Avvocatura in un condono edilizio «la pluralità di materie congiuntamente coinvolte impedisce di assegnare integralmente la competenza» alla sfera regionale. Un ragionamento condiviso dalla Corte, ma che la stessa Corte ha finito col capovolgere a favore delle Regioni. Se la competenza non è solo regionale, si è argomentato, è però anche regionale e quindi lo Stato deve «riconoscere al legislatore regionale un ruolo rilevante». Per esempio tocca allo Stato fissare indicazioni come «la previsione del titolo abitativo edilizio in sanatoria, il limite temporale massimo di realizzazione delle opere condonabili, la determinazione delle volumetrie massime condonabili». Però è illegittima, per esempio, una norma che «non prevede che la legge regionale possa determinare limiti volumetrici inferiori a quelli indicati» nella disposizione generale. Quindi è giusto che lo Stato fissi un massimo di volumetria condonabile (nella sanatoria il tetto è 750 metri cubi per domanda) ma deve lasciare alla Regione la libertà di ridurre tale limite, in piena autonomia.
Dopo la sentenza della Corte c`è da attendere: fermo restando che non decadranno le domande già presentate, le norme dovranno essere, in gran parte, riscritte dalle Regioni a cui la Consulta ha riconosciuto il diritto di dire, più incisivamente, la propria parola sull`argomento. Con all`orizzonte la possibilità che si profili un`Italia a macchia di leopardo, con condoni differenziati per aree. Solo nel caso in cui una Regione non esercitasse il proprio potere legislativo nel termine massimo indicatole – spiega la Consulta – troverà applicazione, in via sostitutiva, la disciplina statale.

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