2 Gennaio 2010

La corsa a ostacoli della “class action”

I «signori banchieri allergici a regole e leggi che si sentono i nuovi padroni del vapore», come li chiamano il senatore dipietrista Elio Lannutti, fondatore dell’ Adusbef, e il presidente di Federconsumatori Rosario Trefiletti, si preparino a tremare. Presto gli arriveranno fra capo e collo una serie di class action promosse dalle associazioni dei consumatori, scandalizzate da quanto segnalato giorni fa dall’ Antitrust di Antonio Catricalà, e cioè che le nuove commissioni bancarie sostitutive del massimo scoperto, abolito per decreto, sono in realtà ancora più care. Ha cominciato subito il Codacons il giorno di Capodanno, citando Intesa Sanpaolo e Unicredit. «Si tratta della prima azione collettiva in Italia – ha commentato ieri il presidente del Codacons, Carlo Rienzi- e speriamo serva per disincentivare i colossi economici a fare scorrettezze gravi contro i consumatori che per pochi euro non farebbero mai causa individualmente». La somma richiesta in giudizio dai correntisti sarà pari a circa 1 miliardo di euro per ciascuna banca. Ma quanto al tremore che a questo punto dovrebbe assalire i banchieri, c’ è qualche legittimo dubbio. Sentite che cosa dice della class action l’ Assonime: «Ci sono elementi di positività nell’ affidamento a tribunali predefiniti, perseguendo così l’ obiettivo di una giurisprudenza più uniforme». Una sviolinata piuttosto singolare, considerando che si tratta dell’ associazione delle società per azioni, ovvero i soggetti che per definizione rappresenterebbero proprio il bersaglio delle azioni collettive. E che non è certamente passata inosservata alle organizzazioni dei consumatori. «La nuova legge piace solo alle aziende», è stato il commento di Sergio Veroli, presidente del Consumer’ s forum. Mentre il segretario dell’ Adiconsum, Paolo Landi, ha allargato le braccia: «Con questa legge ci sono poche speranze di ottenere i risarcimenti». Insomma, se qualcuno di loro si fosse mai illuso di poter emulare Ralph Nader, il mitico padre della class action americana, riponga ogni velleità. Intanto perché qui l’ azione collettiva non può essere promossa dalle associazioni dei consumatori, come invece era previsto nella precedente norma varata alla fine del 2007 dal governo Prodi. A metterla in moto devono essere singoli consumatori, che possono poi conferire mandato a un’ associazione. Ma senza le iniziative individuali la corsa a ostacoli, di cui questo è soltanto il primo, non parte. Per avviare un’ azione collettiva è anche necessario che i diritti da tutelare siano «identici». Facciamo il caso dell’ azione collettiva nei confronti delle banche. I diritti dei consumatori sono tutti «identici»? Anche se quelle commissioni più onerose del massimo scoperto sono tutte diverse fra di loro e si chiamano pure in modo differente, chi «tasso di sconfinamento», chi «commissione di istruttoria urgente», chi ancora «commissione per messa a disposizione di fondi»? Prendendo alla lettera la norma, qualcuno potrebbe obiettare di no: secondo ostacolo. Veniamo al problema dei tribunali. Sono competenti soltanto quelli dei capoluoghi di Regione dove ha sede l’ impresa. Senza.

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