27 Dicembre 2015

«La Concordia non era sicura» Inchiesta sui sistemi d’ emergenza

«La Concordia non era sicura» Inchiesta sui sistemi d’ emergenza
norme violate: costa paga un’ ammenda, schettino rinviato a giudizio

GROSSETO «CHI COMPRA un biglietto lo fa consapevole di poter contare su tutte le dotazioni di sicurezza del mezzo di trasporto e che quindi queste devono funzionare tutte». È un importante passaggio scritto dai giudici maremmani nelle centinaia di pagine che compongono le motivazioni della condanna a 16 anni di reclusione per Francesco Schettino. Quello è stato – e continuerà a essere – un processo al comandante della Concordia, la nave naufragata al Giglio il 13 gennaio 2012, alle sue colpe. Indiscutibili. Da questo maxiprocesso, però, si sono aperti altri rivoli di indagine che hanno portato i documenti e quanto emerso nel corso dell’ inchiesta maremmana a finire sul tavolo di altre procure. In quella di Genova in particolare. Dai faldoni inviati dai magistrati grossetani, infatti, sono stati aperti fascicoli per approfondimenti nei confronti di Costa Concordia, proprietaria del transatlantico da crociera, e dello stesso comandante Schettino proprio per quanto riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro, non dimentichiamo che tra i 32 morti c’ erano anche cinque membri dell’ equipaggio. A Genova l’ ipotesi di accusa, per entrambi, è stata di violazione della normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. LA SOCIETÀ genovese ha chiuso il proprio coinvolgimento giudiziario appena terminate le indagini preliminari, pagando un’ ammenda per sanare le violazioni. Per l’ ex comandante Schettino, che non ha scelto questa via, come del resto ha fatto a suo tempo anche con la procura maremmana, è stato chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. «Confermo che Costa ha pagato un’ ammenda – ha spiegato il procuratore capo di Genova, Michele Di Lecce – e che per Schettino, il quale si è opposto al decreto penale di condanna, abbiamo chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio». Cioè un processo che si svolgerà al tribunale di Genova, gemello di quello ancora in corso a Grosseto. Tra i documenti del faldone che dalla provincia di Grosseto ha raggiunto i colleghi liguri, c’ era anche il supplemento di perizia che ha fatto saltar fuori i gravi problemi ad alcuni apparati del sistema di emergenza, tra i quali il funzionamento dei 29 ascensori in caso di black-out. Ascensori che si sono mostrati troppo «pretenziosi» nei confronti del motore diesel di emergenza (Dge) che avrebbe dovuto fornire anche a loro, appunto, energia «d’ emergenza». I periti Enzo dalle Mese e Alessandro Cantelli Forti hanno, infatti, rilevato, nella relazione disposta dai giudici maremmani, come «in fase di progettazione ci sia stato un errore di calcolo sulla potenza energetica che gli ascensori avrebbero richiesto contemporaneamente al motore di emergenza (Dge) che hanno creato un sovraccarico tale da mandare in tilt alcune delle utenze collegate al motore». UN ERRORE che forse sarebbe dovuto emergere nel corso del test di ripartenza (dopo la simulazione di un blackout) previsto in fase di primo collaudo generale. Un documento chiesto ripetutamente a Fincantieri, società costruttrice della nave, anche dal Codacons e che pare non essere saltato fuori. «A noi – conferma il professor Bruno Neri, che ha seguito la vicenda Concordia quale consulente tecnico di Codacons – non è stato consegnato nonostante due pronunciamenti del Tribunale amministrativo regionale cui la stessa azienda si era rivolta per opporsi alla nostra richiesta di accesso agli atti. Il Tar ha disposto la consegna dei documenti che avevamo chiesto in base alla normativa di accesso agli atti, ma tra questi, almeno a noi, non è mai stato consegnato quel collaudo». Un documento essenziale? «Probabilmente avrebbe permesso di far emergere l’ errore di calcolo di potenza che è emerso e di capire, soprattutto, se Dge e ascensori avrebbero potuto funzionare insieme», ha concluso Neri. (3 – continua)
 
 

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