La class action viaggia con il freno a mano tirato
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fonte:
- Il Sole 24 Ore
Anche se ancora poco utilizzato, dall’ 1 gennaio 2010 i consumatori hanno uno strumento in più per vedere tutelati i propri diritti. È la class action, ovvero un’ azione collettiva risarcitoria che può essere promossa, in proprio o per il tramite di un’ associazione, dai consumatori e dagli utenti titolari di un’ identica pretesa nei confronti della medesima impresa. L’ azione collettiva può essere esercitata per sanare gli illeciti commessi dal 16 agosto 2009 in poi negli ambiti più disparati: dal turismo ai trasporti, fino ad a arrivare al mondo finanziario. Il beneficio più grande? La possibilità di abbattere le spese legali e di godere della maggiore forza che la collettività può avere rispetto al singolo. Tutela al rallentatore I presupposti, dunque, sono ottimi. Eppure la class action stenta a decollare in Italia. Il numero di azioni legali rimane esiguo e ancora più risicata è la percentuale di vittorie. I nodi da sciogliere sono tanti e troppo spesso le azioni collettive vengono fermate sul nascere nella fase preliminare di ammissibilità. Esempi in tal senso ci arrivano dalla class action promossa da Codacons nei confronti di Intesa Sanpaolo per l’ illegittimità delle commissioni di massimo scoperto sui conti correnti, dichiarata inammissibile dal Tribunale di Torino il 4 giugno 2010. A novembre 2013, invece, il Tribunale di Milano ha dichiarato inammissibile l’ azione collettiva avanzata da Altroconsumo contro Trenord per i disservizi subìti dai pendolari a dicembre 2012 (decisione ribaltata a marzo 2014 dalla Corte di Appello). Insomma, lungaggini burocratiche, ma non solo. «La class action in Italia non può funzionare anche perché gli avvocati non ci guadagnano – commenta Pierfilippo Giuggioli, partner dello studio Agnoli Giuggioli -. Da noi il patto di quota lite (prevede che l’ avvocato percepisca come compenso una quota del bene oggetto della prestazione, ndr ) è vietato. I compensi degli avvocati sono soggetti a massimali e non bastano a coprire i costi delle attività investigative, delle consulenze tecnice e di decine di avvocati. E l’ azione viene lasciata alle associazioni dei consumatori». I casi più recenti Nonostante i numerosi ostacoli, i consumatori non demordono e vanno avanti, supportati dalle associazioni. Tra i casi più recenti, la class action promossa da Codici contro Wind per il blackout alla rete internet e alla rete telefonica di giugno 2014 (la prima udienza è stata fissata dal Tribunale di Roma il prossimo 23 settembre); o ancora, l’ azione collettiva presentata a settembre 2014 da Altroconsumo contro Fiat e Volkswagen per aver dichiarato consumi inferiori rispetto a quelli reali (le auto sotto osservazione sono la Fiat Panda 1.2 benzina e la Volkswagen Golf 1.6 Tdi turbodiesel). Ma il caso più grosso è più recente è quello promosso da Assorinnovabili e Confagricoltura. «Un contenzioso civile e amministrativo contro l’ amministrazione italiana che coinvolge oltre 2.000-2.500 aziende attive nel fotovoltaico e danneggiate dalle misure spalma-incentivi decise dal ministero dello Sviluppo Economico – fa notare Francesco Sciaudone, partner di Grimaldi Studio Legale -. È un’ azione collettiva sui generis che è stata potata anche davanti alla Commissione europea per denunciare degli atti posti in essere in violazione delle direttive europee». © RIPRODUZIONE RISERVATA Gabriele Petrucciani.
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