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21 Giugno 2010

La class action non decolla: tribunali a corto di richieste

Sono passati solo pochi mesi e bilanci definitivi non possono farsene. Ci vuole sempre un po’ di tempo per digerire le novità legislative, ma un fatto è certo: la class action non decolla.Escluso che, intesa sanp’ improvviso, l’ Italia sia diventata un’ isola felice dove il danno al consumatore è una rara eccezione, il motivo risiede altrove. Forse la montagna ancora una volta ha partorito il topolino e la tanto sbandierata soluzione alle richieste di risarcimento per illeciti che colpiscono una collettività si è rivelata, alla prova dei fatti, un’ arma spuntata. Oppure il difetto è nelle associazioni dei consumatori – il cui ruolo è stato peraltro limitato sia dalla versione definitiva delle nuove norme, sia dalle prime letture dei giudici – che non riescono a interpretare le reali esigenze dei cittadini-utenti. Resta il fatto che a tutt’ oggi, a sei mesi dal loro battesimo, le azioni collettive attivate si contano sulle dita di una mano (per una breve sintesi si veda la grafica a lato). Un quadro reso ancor più fosco dal primo vaglio di un tribunale: l’ unica class action che è stata esaminata da un organo giudicante, quella del Codacons contro le commissioni di massimo scoperto applicate da Intesa SanPaolo, è miseramente finita al tappeto. Chi propone l’ azione collettiva, ha detto e scritto il tribunale di Torino, deve avere un interesse diretto, deve cioè aver subìto lo stesso danno di cui si chiede conto (si veda il Sole 24 Ore del 5 giugno scorso). A Roma pende una proposta gemella, presentata anche questa dal Codacons, ma contro Unicredit: sarà interessante vedere come si regoleranno i giudici capitolini. Il rischio che finisca come a Torino è però alto. A tutt’ oggi una sola seconda azione ha raggiunto un tribunale, quello di Milano, ma l’ appuntamento clou, l’ udienza in cui si deciderà sull’ ammissibilità, è stato rimandato a ottobre.L’ importanza di questa azione, peraltro, è rappresentata dal fatto che è la prima relativa a un «danno da prodotto». In particolare, nel mirino è finito il test fai-date contro l’ influenza A, commercializzato durante l’ allarme per il virus. Dunque, per il momento, l’ unico punto fermo è costituito dall’ ordinanza dei giudici torinesi di fronte alla quale le associazioni dei consumatori devono segnare il passo. Non perché siano state messe completamente fuorigioco, ma il tribunale di Torino, sceso in campo con il presidente Luciano Panzani, che ha pure scritto l’ ordinanza, ne ha circoscritto il ruolo: ok alla rappresentanza processuale, ma il titolare-proponente dell’ azione deve essere un consumatore. Bisogna ora comprendere quanto la decisione influenzerà gli altri giudici (si veda, a questo proposito, l’ intervento a fianco). Era chiaro fin dalla prima lettura delle norme che la vera partita tra consumatori e produttori si sarebbe consumata nel corso dell’ udienza preliminare, in cui si decide sull’ ammissibilità. E quindi è legittima l’ atmosfera di attesa registrata intorno a questo primo appuntamento. Di sicuro un elemento che può influenzare il successo della procedura è il cosiddetto meccanismo dell’ opt in. La class action italiana non è automatica come quella statunitense, l’ appartenente alla classe, cioè, partecipa alla richiesta collettiva solo se vi aderisce. Quella americana è esattamente costruita al contrario: chi appartiene alla classe, vale a dire chi ha gli stessi requisiti del proponente, può solo esercitare l’ opt out, scegliere cioè se uscire dall’ azione. Al momento nessuna azione di classe è però ancora arrivata a questa fase. E il punto è proprio questo: ci arriveremo mai? LA PRONUNCIA Ruolo delle associazioni ridimensionato dal tribunale di Torino, ma resta la rappresentanza processuale.

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