19 Maggio 2019

La class action in Italia

Da aprile entrata nel diritto civile Uno strumento importante, ma partito in Italia in modo ‘azzoppato’. È la storia della class action ‘all’ italiana’, sorella minore – finora delle cause collettive rese celebri da alcuni film americani (uno per tutti ‘Erin Brockovic’, con Julia Roberts). Da noi l’ azione ‘di classe’ è stata introdotta nel 2010: sulla carta è uno strumento in grado di rendere giustizia ai consumatori vittime di truffe, soprusi e inadempimenti ma, per alcuni limiti oggettivi, ha avuto un’ esistenza tribolata. Solo una causa su due viene ammessa al giudizio, secondo i dati dell’ Osservatorio nazionale Antitrust, e solo una ogni sette è riuscita a ottenere un risarcimento. Per questo, lo scorso aprile è stata approvata una proposta di legge (in sostanza il medesimo testo presentato nella scorsa legislatura dall’ attuale ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede di M5s) che ha modificato questo istituto, non prevedendolo più nel Codice dei consumatori bensì in quello di procedura civile. Questa rivoluzione consente così di avviare un’ azione non solo fra i consumatori e utenti di un’ azienda, ma da parte di qualsiasi gruppo di cittadini che vede lesi i propri diritti «omogenei e individuali». Nei primi 10 anni partenza frenata Nella prima versione la durata media delle class action è stata di quattro anni e i risarcimenti ottenuti difficilmente hanno superato i 100 euro. In dieci anni sono state proposte decine di azioni contro soggetti come Rai, Trenitalia, Autostrade, Vodafone, sempre giudicate inammissibili, però, per difetti di procedura. E anche tra i rari casi finiti a processo ci sono stati dei sostanziali semifallimenti, come nel caso Codacons contro la farmaceutica ‘Voden Medical Instruments’.

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